Cory Doctorow in Italiano

5 gennaio 2010

Come distruggere il Libro.

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Il 13 novembre 2009, Cory Doctorow ha parlato a circa un centinaio di bibliotecari, educatori, editori, autori, e studenti, come parte del “Vertice Nazionale sulla Lettura” a Toronto, intitolando il suo intervento “Come distruggere il libro

Questa è la mia traduzione (perdonatemi, sigh) della trascrizione di una parte di ciò che ha detto ripresa dall’articolo di Jade Colbert disponibile qui http://thevarsity.ca/articles/23855.

 

 

Un’elegia per il libro

 

Mi piacerebbe iniziare il mio discorso di oggi, con un’elegia per il libro.

La prima parte dell’elegia si chiama “Pirati”.

 

 

Pirati

 

C’è un potente gruppo di attivisti anti-copyright là fuori che sta cercando di distruggere il libro. Questi pirati distruggeranno il copyright e non hanno alcun rispetto per la nostra proprietà. Essi travestono i loro furti con la nobile retorica su come siano i veri difensori ed eredi della creatività e hanno venduto questa affermazione in tutto il mondo ai politici e ai legislatori.

Ci sono membri del Parlamento e del Congresso che sono eccessivamente influenzati da loro. Dicono che stanno solo cercando di conservare le cose così come sono sempre state. Sostengono che la loro agenda radicale è in qualche modo conservatrice. Ma ciò che veramente vedono è un futuro in cui il mercato elettronico della cultura cresca a passi da gigante in cui essi siano al centro dello stesso. Sostengono che si tratti di etica, ma chiunque ci pensi per un minuto può vedere che si tratta solo di profitto.

 


La seconda parte di questa elegia è intitolata “Il popolo del libro”.

 

 

Il popolo del libro

Noi siamo il popolo del libro. Amiamo i nostri libri. Riempiamo le nostre case con i libri.

Teniamo in gran conto i Libri che abbiamo ereditato dai nostri genitori e abbiamo a cuore l’idea di passare quei libri ai nostri figli. Infatti, quanti di noi hanno iniziato a leggere con un adorato libro, che apparteneva ad uno dei nostri genitori?

Imponiamo libri meritevoli ai nostri amici e insistiamo sul fatto che li leggano. Sentiamo addirittura una strana parentela per la gente che vediamo sugli autobus o sugli aerei leggere i nostri libri, i libri che sosteniamo.

Se qualcuno cerca di portarci via i nostri libri – qualche governo oppressivo, qualche censore “fuori dai binari” – li difendiamo con tutto ciò che abbiamo.

Riconosciamo la nostra tribù quando visitiamo le loro case perché ogni muro è tappezzato di libri. Ci sono in bilico pile di libri accanto al letto e sul pavimento, ci sono masse di tascabili gonfi in bagno.

I nostri libri siamo noi.

Sono i nostri banchi di memoria esterni che contengono le influenze morali, intellettuali, immaginative che ci fanno le persone che siamo oggi.

 

Il Copyright riconosce tutto questo. Esso dice che quando acquisti un libro, tu possiedi il libro.

È tuo per darlo via, è tuo per tenerlo, è tuo per licenziarlo o per prestarlo, per darlo in eredità o per essere messo al sicuro per i tuoi figli.

Per secoli, il copyrigth ha riconosciuto la sacra relazione tra i lettori ed i loro libri. Pensiamo al copyright come qualcosa che regola le cose contenute in un grappolo di secchi – DVD, videogiochi, registrazioni – ma i libri sono molto più di tutte queste cose.

I libri sono più vecchi del copyright. I libri sono più vecchi dell’editoria. I libri sono più vecchi della stampa!

 

Gli attivisti anti-copyright non hanno alcun rispetto per il nostro copyright e per i nostri libri.Dicono che quando acquisti un eBook o un audiolibro che viene consegnato in formato digitale, sei degradato da proprietario a licenziatario. Da un lettore a un semplice utente.

Questi ladri ci consegnano i nostri libri digitali e audiolibri avvolti in contratti di licenza e tecnologie che potrebbero anche essere in grado di distruggere il legame emotivo che i lettori hanno con i loro libri.

 

Queste licenze naturalmente possono avere fino a migliaia di parole.

Se avete un iPhone e comprate un audiolibro da Audible utilizzando iTunes Store, accettate circa 26.000 parole di contratto di licenza.

Solo il Canadian Copyright Act si aggira sulle 33.000 parole.

La premessa di queste licenze è, dimentica il copyright.

Dimentica la legge nella sfera pubblica che ti ha dato i diritti sui tuoi libri. Da ora in poi, noi scriviamo la legge.

 

Queste licenze sono naturalmente costruite con clausole inapplicabili.

Lo potete dire, perché sono generosamente condite con parole come “Se una qualsiasi parte di questa licenza si troverà ad essere inapplicabile, il resto rimarrà in vigore.” Questo è, naturalmente il legalese degli avvocati per dire: “Noi non limitiamo questa alle cose che pensiamo farebbero sorridere un giudice. Abbiamo messo tutto qui. E ‘una sorta di ipotetica lista dei desideri e l’unico modo per scoprire quali parti sono reali e quali parti sono immaginarie è quello di farci causa su ogni punto.”


Tutto ciò è fondamentalmente un modo per dire che il copyright è un’assurdità e che i lettori dovrebbero smettere di prestarvi attenzione ed accettare queste pazzesche licenze abusive.

 

E al di sopra di tali licenze essi aggiungono le tecnologia di gestione dei diritti digitali (DRM).

Le tecnologia di gestione dei diritti digitali, ovviamente, non ha mai impedito ad un libro di uscire su Internet.

Per gli editori che oggi credono che sia possibile acquistare DRM che possano impedire ai propri libri di apparire su Internet senza restrizioni, io dico: “Osservate, la dattilografa.”

 

Quindi, se DRM non impedisce alla gente di copiare i libri, che cosa fa?

Ciò che fà è rendere illegale per qualcuno di creare un lettore in grado di visualizzare un libro o riprodurre un audiolibro.

Immaginate se una gigantesca catena editoriale facesse un accordo con l’Ikea in modo che Ikea sia il fornitore esclusivo di sedie, scaffali e lampadine per la lettura dei suoi libri, e di fatto ottenesse una legge che renda illegale la vendita di altre sedie, librerie e lampadine compatibili con i loro libri. Ciò non sarebbe nell’interesse ne dei lettori, ne degli editori, ne degli scrittori.

Questo sarebbe di grande interesse solo per l’Ikea, perché otterrebbe un blocco sui nostri lettori, che gli consentirebbe di esercitare il potere di annullare il mercato.

Abbiamo sentito gli editori, gli scrittori ed altre persone coinvolte in vari settori creativi lamentarsi per anni per l’indebita influenza esercitata dalle catene come Wal-Mart, perché controllano un canale di distribuzione critico.

Ma immaginate se questo controllo continuasse oltre la tomba, dopo la vendita, in modo che ogni uso dopo la vendita della vostre collezioni imponesse che abbiate un rapporto continuativo con un mero rivenditore o distributore. Immaginate quanto sarebbe negativo per l’editoria.

 

 

La terza parte di questa elegia si chiama “Salvare il libro”.

 

 

Salvare il libro

 

Dopo anni di scrittura, di discussioni e di ragionamenti sui libri, sono giunto ad una semplice ma importante constatazione: io amo i libri.

Non solo la loro lettura o il possederli – ho un profondo attaccamento sentimentale per l’idea stessa di libro.

 

E non solo io. E ‘sociale. Attraversa  tutta la nostra intera società.

Se stai facendo un cortometraggio e vuoi illustrare una società che precipita nella tirannia, puoi semplicemente tagliar via fino ad una scena di una pila di libri in fiamme, e tutti sapranno esattamente che cosa significava.

Se si vuole indicare che un personaggio di un libro è molto simpatico e si menziona di quanto ami leggere e andare in biblioteca, i lettori mostreranno immediatamente simpatia per lei.

I libri hanno questo chiaroscuro di virtù, trasudano virtù e ciò è molto oltre qualsiasi razionalità e ragionevolezza, perché tutti voi, che siete gente del libro, sapete che ci sono molti libri che sono assolutamente indegni di quella virtù, eppure – eppure – quando ho lavorato in una libreria e dovevo strappare i tascabili per rimandarli indietro è stato doloroso strappare le copertine dei libri. Riesco a malapena a convincermi a riciclare la rubrica ogni anno.

E sì, è una cosa meravigliosa essere nell’editoria, perché si ottiene un beneficio impagabile da questo attaccamento sentimentale che le persone hanno per i libri.

La gente acquista i libri perché ama l’idea dei libri. Gli editori stanno pagando oggi costosi consulenti di marketing per aiutarli a comprendere “l’esperienza elettronica” di un libro digitale. L’esperienza di come un libro possa essere consumato.


Il che mi porta alla seconda metà di questa importante constatazione: la parte più importante dell’esperienza di un libro è sapere che può essere di tua proprietà.

Che può essere ereditato dai tuoi figli, che può arrivarti dai tuoi genitori. Che le biblioteche possano archiviarlo, possano prestarlo, che mecenati possano adottarlo.

Che le riviste a cui si è abbonati possano rimanere in una pila in rovina di National Geographics nella soffitta di qualcuno in modo che tu possa riscoprirli in un giorno di pioggia – e che non si smetta di sottoscriverli.

È una specie molto strana di abbonamento quello che porta via le tue riviste quando lo concludi [come avviene con la maggior parte degli abbonamenti istituzionali con Elsevier, il più grande editore al mondo di riviste

mediche e scientifiche].

 

Avere i tuoi libri li come un vecchio amico, che ti segue di casa in casa per tutti i giorni e per le lunghe notti della tua vita: questo è il bene prezioso che è nelle mani dell’editoria di oggi. Ma per qualche ragione l’editoria si prefigge di convincere i lettori che essi non hanno diritto di leggere i loro libri come proprietà – che non dovrebbero affezionarvisi. La parte peggiore di ciò è che in realtà potrebbero far si che ciò accada.

 

 

La quarta parte si chiama “Rispettare il copyright”.

 

 

Rispettare il copyright

 

La gente continua a mostrarmi i lettori ebook che cercano di ricreare l’esperienza libro con belle animazioni che esibiscono lo sfogliarsi della pagine.

Ma se si vuole ricreare la parte importante dell’esperienza libro, la parte per cui la gente continua a comprare i libri per tutta la vita, riempiendo le case con amici preziosi da cui non si separerebbero ne per amore, ne per denaro, allora abbiamo bisogno di recuperare e salvaguardare la proprietà dei libri. Quando compro un libro, è mio.

Non c’è alcun meccanismo, nemmeno di fronte a un ordine del tribunale, in cui un rivenditore può riprendersi un mio libro, eppure Amazon lo fà – questa è la cosa più straordinaria che abbiano fatto negli Stati Uniti – avete sentito parlare naturalmente di qualcuno che aveva messo una copia di 1984 di Orwell nello Store Kindle, e non c’era la licenza per la distribuzione in USA – naturalmente Orwell è di dominio pubblico al di fuori degli Stati Uniti, in copyright negli USA – Amazon ha risposto a questa notizia revocando il libro 1984 ai suoi clienti di ebook.

Dopo che lo avevano comprato, si svegliarono una mattina per scoprire che il loro libro era sparito.

Ma Amazon ha effettivamente reagito abbastanza bene.

Dopo averci pensato per un giorno, e affrontato la tempesta mediatica, hanno deciso di ripristinare i libri – li hanno ridati alle persone e hanno fatto una promessa: “Non ci riprenderemo mai mai mai mai mai e poi mai più i tuoi libri. A meno che non dobbiamo”.

 

Ora, ho lavorato come libraio per un certo numero di anni in questa città, e non ho mai dovuto fare questa promessa a nessuno dei miei clienti quando compravano libri. La progettazione di un reader di ebook in modo che questi libri possono essere cancellati senza che il lettore ne abbia conoscenza o ne abbia dato il consenso viola la Prima Legge di Cechov sulla narrativa: ogni pistola sulla mensola del caminetto nel Primo Atto è obbligata a sparare nel Terzo Atto.

 

Quando compro un audiolibro su CD, è mio.

Il contratto di licenza, così come è, dice “non violare le leggi sul copyright”, e io posso rippare quel CD come MP3, posso caricarlo sul mio iPod o un qualsiasi altro device – è mio, posso darlo via, posso venderlo, è mio.

Ma quando acquisti un audiolibro attraverso Audible, che ora controlla il 90 per cento del mercato [scaricabile] dell’audiolibro, ottieni un contratto di licenza, non un diritto di proprietà.

Le cose che si possono fare con esso sono limitate dal DRM; i player con cui lo puoi ascoltare sono limitati dagli accordi di licenza con Audible. Audible non lo fa perché sono gli editori a chiederglielo. Audible e iTunes, perchè Audible è l’unico fornitore di iTunes, lo fanno perché questo è nel loro interesse.

 

Per spiegarvi come so queste cose: il mio ultimo libro è stato un audiolibro della Random House.

Siamo andati da Audible e abbiamo detto: “Distribuite questo libro senza DRM nel vostro negozio?”, e loro hanno detto, “No.” Quando glielo abbiamo chiesto per questo, Makers, che appena uscito questa settimana – ancora una volta, un’audiobook della Random House – Random House che è ovviamente il più grande editore al mondo, uno dei maggiori clienti – siamo andati da Audible e abbiamo detto: “Lo farete questo?” e Audible ha risposto: “Perché no, lo faremo. Ma iTunes non vuole gestirlo”

 

Chi afferma che i lettori non possono e non vogliono e non devono possedere i propri libri sono inclini alla distruzione del libro, la distruzione dell’editoria e alla distruzione degli scrittori stessi.

Dobbiamo impedire che vengano autorizzati a farlo.

La biblioteca di domani dovrebbe essere migliore della biblioteca di oggi.

La capacità di prestare i nostri libri a più di una persona alla volta è una caratteristica, non un bug.

Lo sappiamo tutti. E ‘ora di smettere di fingere che i pirati del copyright siano nel giusto.

Queste persone sono state lettori prima di essere editori, prima di essere scrittori, prima di aver lavorato nel dipartimento legale, prima di essere agenti, prima di essere venditori e marketers. Noi siamo il popolo del libro, e abbiamo bisogno di cominciare ad agire di conseguenza.

 

 

E questa è la fine dell’elegia.

26 dicembre 2009

Diffusione digitale e pagamenti: parla Cory Doctorow

Filed under: Melting pot — yanfry @ 10:29
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Per lui uno scrittore dovrebbe abbracciare la strategia del dente di leone, quando si tratta di diffusione in internet delle sue opere.

In un articolo che appare sul numero di settembre della rivista americana Locus, lo scrittore Cory Doctorow fa il punto sulla situazione della diffusione digitale e, di conseguenza, sui pagamenti.

Va ricordato che Doctorow è un fermo sostenitore dei Creative Commons (CC), le licenze che permettono la trasmissione al pubblico delle opere da parte dei detentori dei rispettivi copyrights in modo da favorirne la libera circolazione, tanto che ogni sua opera è generalmente disponibile sia come libro, che come file da scaricare.

Ecco la sostanza dell’articolo.

In precedenza Doctorow aveva invitato gli scrittori (ma non solo) a pensare come dei “dandelion”, ovvero dei denti di leone, che si riproducono spargendo i propri semi nel vento con il maggior raggio possibile, ma anche il minor costo possibile; senza preoccuparsi che ogni seme abbia singolarmente successo, ma piuttosto preoccupandosi di sfruttare tutte le possibilità di successo.

E i denti di leoni sono diffusi ovunque.

Mettendosi nei panni di un dente di leone, Doctorow dice che non gli importa che chiunque entri in possesso di un suo libro lo paghi, ma che chiunque voglia farlo abbia la possibilità di farlo e di farlo bene. Non gli interessa scuotere un tredicenne fino a quando non gli caschino i soldi del pranzo dalle tasche, ma che i suoi genitori, nell’istante in cui decidono di fare un regalo, pensino come prima cosa a un suo libro in edizione da 20 o 30 dollari.

Si tratta di qualcosa di diverso della strategia attuale delle vendite dei lavori creativi su intenet, impostato sui micropagamenti, ovvero che basti abbassare il costo a pochi centesimi per vendere così a tutti i potenziali acquirenti (cosa che presuppone anche che i costi dei pagamenti con le carte di credito si abbassino a tal punto da permetterlo grazie a computer più veloci o accorpamenti nelle spese).

Per Doctorow non è così, o almeno non a un livello per cui ne valga la pena. Nell’istante in cui lo scrittore prende dei soldi dal lettore (saltando così l’intermediario che è l’editore) la relazione scrittore-lettore diventa scrittore-cliente, mentre compito dello scrittore sarebbe quello di produrre la sua opera al meglio delle sue possibilità, non ignorando il mercato, ma lasciando che questo sia di competenza del suo editore. Quando il lettore diventa cliente diretto ha il diritto di trattare lo scrittore come se fosse un editore e di esigere da quello che compra quello che più desidera.

Quando il lettore compra e scarica un libro digitale il problema aumenta. Se l’opera non è di suo gradimento, può solo relegarlo a una zona dimenticata del suo hard disk e non ha neppure la consolazione di aver avuto un oggetto fisico in cambio dei suoi soldi.

In un mondo ideale, sempre secondo Doctorow, chi ha poca disponibilità dovrebbe poter ricevere l’edizione elettronica gratis (dato che non costa quasi nulla in termini di distribuzione) e agire come il vento che sparge i semi del dente di leone: parlando ad altri dei suoi meriti (anzi, non agirebbe neppure a caso, dato che ne parlerà ai più interessati).

Chi sente del libro, e ha disponibilità finanziaria, avrà la possibilità di comprare il libro con tutte le conseguenze positive per l’editore e l’autore che ne conseguono, sia in termini di vendita che di visibilità.

Prendere soldi da qualcuno ha comunque un costo (registri, spese di transazione, costi emotivi e sociali). I micropagamenti hanno eliminato il contante, ma non i costi intangibili e per uno scrittore con decine di migliaia di lettori questi non possono essere ignorati.

Autore: Alberto Priora – Data: 24 settembre 2008

24 dicembre 2009

Quando il Creative Commons vende i libri

Filed under: Melting pot — yanfry @ 22:01
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Chi frequenta la rete ha buone probabilità di conoscere Cory Doctorow, eclettico canadese presente sul web sotto varie forme, tra cui quella di blogger, giornalista e scrittore. I suoi quattro romanzi (tra cui il nuovo Someone comes to town, someone leaves town), pubblicati dalla Tor Books, sono disponibili in rete e distribuibili secondo la licenza CC, pur senza disertare, parallelamente, gli usuali percorsi commerciali; con riferimento a paesi in via di sviluppo (ed esclusivamente al loro mercato), l’autore rende possibile stampa e vendita dei libri, ai sensi di un’apposita licenza Creative Commons.

The Book Standard si interroga su questa ed analoghe scelte editoriali, in apparente controtendenza rispetto ad interessi e politiche tradizionali; lo stesso Doctorow, sul suo sito, sgombra il campo dall’equivoco che vuole profitto e libera distribuzione due domini inconciliabili, spiegando come disponibilità e incentivi alla circolazione dell’opera siano strumenti vincenti anche in vista di uno sfruttamento economico:
“I do that for political and economic reasons: I think that the increased scope and duration of copyright are strangling free expression, privacy and innovation, and I think that enabling my fans to trade my words makes me more money. So I get to do the right thing and get paid, which is good.”
A supporto della teoria, i dati commerciali, con più di diecimila copie vendute – anche grazie alla stessa risonanza nel web – dell’opera prima Down and out, ben oltre gli standard dei debutti nel genere fantascientifico. Tra i vantaggi, non ultimo il rapporto fisico (non stupisca il concettuale ossimoro) col testo, svincolato dal supporto cartaceo come da protezioni elettroniche e fruibile secondo le virtualmente infinite modalità permesse dalla tecnologia, nell’ottica di un’editoria sempre più tesa al rapporto col lettore e alla fidelizzazione.

La libera distribuzione di un prodotto così legato, nell’immaginario, a supporti commercializzati, e la diffusione del fenomeno oltre i circuiti dell’autoproduzione, fino a sconfinare nelle terre dei grandi distributori, conduce all’inevitabile confronto col problema della pirateria, primo (?) deterrente alla pubblicazione online di opere multimediali: se gli effetti sul mercato musicale sono parte della cronaca quotidiana, la contraffazione di opere editoriali – pur essendo una realtà – si carica di complessità fisiologiche tali da rendere l’attività più rischiosa che remunerativa, soprattutto in mercati caratterizzati da larga reperibilità e costo relativamente congruo dell’opera originale. Se da una parte Doctorow ravvisa, nella singola riproduzione, più l’opera di un cultore che una minaccia ai profitti, dall’altra ritiene la diffusione “ufficiale” in rete uno strumento naturalmente idoneo a disincentivare investimenti criminosi, sterilizzando in nuce l’appetibilità dell’opera contraffatta.

Altri autori sembrano aver sposato le ragioni della libera distribuzione, a riprova di una tendenza che, oltre le ideologie e le questioni etiche, muove da pragmatiche valutazioni di marketing, imponendo una riflessione sull’impossibilità di prescindere, a dispetto delle inevitabili ritrosie, da un mercato così legato allo stato della tecnica, al quale i contenuti si dovranno giocoforza adattare.
The Book Standard cita Charles Stross e l’editore Baen Books, che offre una libreria gratuita, ottenendo ottimi risultati commerciali proprio a partire dai romanzi pubblicati in rete; in Italia, uno su tutti il collettivo Wu Ming, fucina di rara letteratura “da esportazione” ed esempio del fortunato incontro fra libera distribuzione e sacrosanto diritto al tornaconto economico, a conferma della forza meritocratica insita nella formula dell’editoria “a scatola aperta”.

Sul tema, un post dello stesso Doctrow.

Fonte: http://loscaffale.altervista.org/?p=86

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