Cory Doctorow in Italiano

9 gennaio 2012

L’imminente guerra contro il computer generico: lezione magistrale di Cory Doctorow

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Di recente Cory Doctorow ha tenuto una lezione di eloquenza straordinaria che riassume magnificamente le preoccupazioni di molti informatici: il computer generico, il PC che esegue qualunque programma, fonte di enorme ricchezza ed emancipazione culturale per tre decenni, ora è sotto attacco perché è sfuggito di mano.

Non è controllabile da aziende e governi. Ci si può far girare un programma piratato o vedere un film a scrocco. Ci si può installare un programma di crittografia che rende impossibile intercettare le comunicazioni, con grande gioia di terroristi e dissidenti. Lo si può usare per far circolare idee senza che i governi, le religioni o le aziende possano filtrarle, edulcorarle, censurarle. Il PC è un mostro sovversivo e come tale va estirpato.

Come? Non certo facendo retate e irruzioni nelle case, ma sostituendolo dolcemente con oggetti dedicati e lucchettati. Al posto del PC, oggi vengono offerti (spesso sottocosto) lettori portatili, console di gioco, lettori home theater, tablet, lettori di e-book le cui architetture permettono il controllo. Su questi oggetti, almeno secondo le intenzioni dei produttori, gira solo il software benedetto dallo Steve Jobs, Bill Gates o Kim Jong Un di turno. O dall’inserzionista pubblicitario di turno. E tutto questo, ci viene detto, è per il nostro bene. Per permetterci di consumare in modo sicuro e per tutelare i diritti degli editori – pardon, degli autori. Pazienza se questo permette ad Amazon di entrare in casa nostra e togliere dalla nostra biblioteca digitale un libro a suo piacimento.

Cory Doctorow sa spiegare tutto questo molto, molto meglio di me. Per cui vi propongo qui il video della sua lezione, che a mio avviso dovrebbe essere lettura obbligatoria a scuola, per qualunque informatico e per qualunque consumatore di oggetti seducenti e luccicanti. Non è una questione di mera informatica. È una questione di difendersi dalla lenta erosione delle libertà. Buona visione.

Prima che vi lamentiate che a furia di frequentar cospirazionismi sono diventato complottista, vorrei ricordare che proprio la dimestichezza con i complotti fasulli mi permette di riconoscere meglio quelli reali. E vorrei ricordare che nel 2005 Sony installò un rootkit nei computer degli utenti e che le leggi in molti paesi europei vietano di farsi una copia dei propri film DVD e Blu-ray. Provate a installare su un iPad o iPhone un’app non approvata da Apple. Provate a leggervi un libro che contiene materiale illustrato che Apple ritiene inadatto (l’Ulisse di Joyce a fumetti). È ancora vostro il telefonino o il tablet, se qualcun altro decide cosa ci potete far girare e leggere? Pensateci.

La sottotitolazione è disponibile in varie lingue, italiano compreso; è stata fatta collettivamente di corsa, è in lavorazione ed è sicuramente migliorabile: potete dare una mano tramite Universal Subtitles.

2012/01/09 – La traduzione riveduta
Cory Doctorow: Quando parlo davanti a persone la cui lingua madre non è l’inglese, faccio sempre un avviso e delle scuse perché parlo molto velocemente. Quando ero alle Nazioni Unite al World Intellectual Property Organization, mi avevano soprannominato il flagello dei traduttori simultanei [risate del pubblico]. Quando mi alzavo per parlare e mi guardavo attorno vedevo una schiera di finestre con dietro i traduttori, tutti con questa espressione [facepalm] [risate]. Quindi se parlerò troppo in fretta vi autorizzo a fare così [agita le braccia] e io rallenterò.

Il discorso di questa sera… wah, wah, waaah [Doctorow risponde a qualcuno del pubblico che agita le braccia, il pubblico ride]… Il discorso di questa sera non riguarda il copyright. Tengo moltissimi discorsi sul copyright; i problemi della cultura e della creatività sono molto interessanti, ma sinceramente comincio ad averne abbastanza. Se volete ascoltare scrittori indipendenti come me tediare il pubblico su cosa stia succedendo al modo in cui ci guadagniamo da vivere, andate pure a cercare su YouTube uno dei tanti discorsi che ho fatto su questo tema.

Questa sera, invece, vorrei parlare di qualcosa più importante: voglio parlare dei computer universali [general purpose]. Perché questi computer sono davvero sbalorditivi; così tanto che la nostra società si sta ancora sforzando di capirli, di capire a cosa servano, come integrarli e come gestirli. Tutto questo, purtroppo, mi riporta al copyright. Perché la natura delle guerre di copyright e le lezioni che ci possono insegnare sulle future lotte per il destino dei computer universali sono importanti.

In principio vi era il software preconfezionato e l’industria che lo produceva. E i file venivano trasferiti su supporti fisici: avevamo buste o scatole di floppy appese nei negozi e vendute come caramelle o riviste. Ed erano molto facili da copiare e così venivano copiati rapidamente da molti, con gran dispiacere di chi scriveva e vendeva software.

Arrivò il DRM 0.96. Iniziarono a introdurre difetti fisici nei dischi o a esigere altri elementi fisici che il software poteva verificare: dongle, settori nascosti, protocolli di domanda e risposta che richiedevano il possesso fisico di grossi ed ingombranti manuali difficili da copiare. Naturalmente questi sistemi fallirono, per due ragioni. Innanzi tutto erano commercialmente impopolari – ovviamente – perché riducevano l’usabilità del software da parte del proprietario legittimo e non andavano a toccare chi si era procurato illegalmente il software. Gli acquirenti legittimi lamentavano che le copie di sicurezza non funzionavano, detestavano sacrificare porte a cui attaccare i dongle e pativano il disagio di dover trasportare manuali voluminosi per poter eseguire il software.

In seconda istanza, tutto questo non fermava i pirati, che trovarono modi molto semplici per modificare il software e aggirare la protezione. In genere quello che succedeva era che qualche esperto dotato di tecnologia ed esperienza pari a quelle di chi produceva il software riusciva a decifrare il programma [reverse engineering] e a rilasciare versioni craccate, che venivano distribuite rapidamente.

Questo tipo di esperienza e tecnologia poteva sembrare altamente specializzata, ma in realtà non lo era affatto. Scoprire cosa facevano dei programmi recalcitranti e aggirare i difetti di floppy scadenti erano competenze di base dei programmatori e lo erano ancora di più in quel periodo, in cui i dischetti erano fragili e lo sviluppo del software era fatto alla buona.

Le strategie anticopia si intensificarono con la diffusione delle reti. Quando si diffusero le BBS, i servizi online, i newsgroup e le mailing list, la competenza di chi capiva come sconfiggere questi sistemi di protezione poteva essere impacchettata come software e disseminata in programmini come i crack file o, all’aumentare della capacità delle reti, divenne possibile diffondere diffusero le immagini dei dischi e gli eseguibili craccati.

Questo ci portò al DRM 1.0. Nel 1996 divenne chiaro a tutti quelli che sedevano nelle stanze dei bottoni che stava per succedere qualcosa di importante. Stavamo per entrare in un’economia dell’informazione, qualunque cosa fosse.

Loro credevano che questo significasse un’economia dove avremmo acquistato e venduto informazioni. L’informatica rende le cose efficienti, quindi immaginate i mercati che un’economia dell’informazione poteva creare. Si sarebbe potuto acquistare un libro per un giorno, vendere il diritto di vedere un film a un euro e dare a noleggio il tasto Pausa a un centesimo al secondo. Si sarebbe potuto vendere un film a un certo prezzo in un paese e a un altro prezzo in un altro paese e così via. Le fantasticherie di quei giorni erano un po’ come un noioso adattamento fantascientifico del Libro dei Numeri della Bibbia: un tedioso elenco di tutte le permutazioni delle cose che la gente fa con le informazioni e dei modi in cui gliele si poteva far pagare.

Ma nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza la possibilità di controllare il modo in cui le persone usano i propri computer e i file che trasferiamo in essi. Dopotutto era una bella idea pensare di poter vendere i diritti di fruizione di un video per 24 ore o il diritto di trasferire la musica a un iPod ma non di poterla spostare da un iPod a un altro dispositivo. Ma come diavolo si poteva farlo, una volta che la persona era entrata in possesso di un file?

Per far funzionare il tutto, bisognava trovare il modo di impedire che i computer eseguissero certi programmi e analizzassero certi file e processi. Per esempio, si poteva cifrare il file e obbligare l’utente a eseguire un programma che decifrasse il file solamente in determinate circostanze.

Ma come si dice su Internet, a questo punto i problemi sono due. Adesso si deve anche impedire all’utente di salvare il file decrittato e impedirgli di capire dove il programma abbia registrato le chiavi per decrittare il file, perché se l’utente trova quelle chiavi, decritterà il file e non userà la stupida app di lettura.

Ma a questo punti i problemi sono tre [risate], perché adesso si deve impedire agli utenti di condividere il file decrittato con altri utenti. E ora i problemi sono quattro!

Si deve impedire agli utenti che riescono a capire come carpire i segreti dei programmi di sblocco di spiegare ad altri utenti come fare altrettanto, ma ora i problemi sono cinque! Bisogna impedire agli utenti che capiscono come estrarre i segreti dai programmi di decrittazione di dire quali siano questi segreti.

Sono un bel po’ di problemi. Ma nel 1996 trovammo una soluzione. Ci fu il trattato WIPO sul copyright, approvato dalla World Intellectual Property Organization delle Nazioni Unite, che creò leggi che resero illegale l’estrazione di segreti dai programmi di sblocco, leggi che resero illegale estrarre dei dati in chiaro dai programmi di sblocco mentre questi stavano girando; leggi che resero illegale dire alla gente come estrarre i segreti dai programmi di sblocco; e leggi che resero illegale ospitare contenuti protetti da copyright e ospitare segreti. Il tutto con una comoda e snella procedura che permetteva di rimuovere cose da Internet senza dover perdere tempo con avvocati, giudici e tutte quelle stronzate. E così la copia illegale finì per sempre [risate e applausi]. L’economia dell’informazione sbocciò in un magnifico fiore che portò prosperità al mondo intero. Come si dice sulle portaerei, “Missione compiuta”. [risate e applausi]

Naturalmente non è così che finisce la storia, perché chiunque capiva qualcosa di computer e reti capì che queste leggi creavano più problemi di quanti ne risolvessero. Dopotutto queste erano leggi che rendevano illegale guardare nel proprio computer quando stava eseguendo certi programmi; rendevano illegale raccontare alla gente cosa avevi trovato quando avevi guardato dentro il tuo computer; rendevano facile censurare contenuti su Internet senza dover dimostrare che fosse successo qualcosa di illegale. In poche parole, pretendevano dalla realtà prestazioni irrealistiche e la realtà si rifiutò di collaborare.

Dopotutto, copiare i contenuti divenne invece più semplice dopo che furono passate queste leggi. Copiare non può che diventare più facile! Siamo nel 2011: copiare non sarà mai difficile più di quanto lo sia oggi! I vostri nipoti, al pranzo di Natale, vi diranno “Dai nonno, dai nonna, raccontateci ancora com’era difficile copiare le cose nel 2011, quando non avevate un disco grande come un’unghia che potesse contenere ogni canzone mai incisa, ogni film mai girato, ogni parola pronunciata, ogni fotografia mai scattata… tutto! E trasferire tutto questo così in fretta che neanche te ne accorgevi. Raccontateci ancora quanto era stupidamente difficile copiare le cose nel 2011!”

E così la realtà prevalse e ognuno si fece una sonora risata su quanto erano stravaganti le idee sbagliate che avevamo all’inizio del XXI secolo. E poi fu raggiunta una pace duratura e vi furono libertà e prosperità per tutti [il pubblico ridacchia].

Beh, non proprio. Come la donna della filastrocca, che ingoia un ragno per prendere una mosca e deve ingoiare un uccellino per prendere il ragno e un gatto per prendere l’uccellino e così via, anche una regolamentazione che è d’interesse così generale ma disastrosa nell’implementazione deve partorire una nuova regolamentazione che consolidi il fallimento di quella vecchia. È forte la tentazione di terminare qui la storia concludendo che il problema è che il legislatore è incapace o malvagio, o magari malignamente incapace, e chiuderla lì. Ma non è una conclusione soddisfacente, perché è fondamentalmente un invito alla rassegnazione. Ci dice che i nostri problemi non potranno essere risolti finché stupidità e malvagità saranno presenti nelle stanze dei bottoni, che è come dire che non li risolveremo mai.

Ma io ho un’altra teoria su cosa sia successo. Non è che i legislatori non comprendano l’informatica, perché dovrebbe essere possibile fare delle buone leggi senza essere esperti! I parlamentari vengono eletti per rappresentare aree geografiche e persone, non discipline e problemi. Non abbiamo un parlamentare per la biochimica, né un senatore per la pianificazione urbana, né un parlamentare europeo per il benessere dei bambini (anche se dovremmo averlo). Nonostante tutto, queste persone esperte di politica e leggi, non discipline tecniche, spesso riescono a promulgare leggi buone e coerenti, perché chi governa si affida all’euristica, a regole basate sul buon senso su come bilanciare le voci degli esperti di vari settori che sostengono tesi diverse. Ma l’informatica confonde quest’euristica e la prende a calci in un modo importante, che è il seguente.
Un test importante per valutare se una legge è adatta per uno scopo è, naturalmente, per prima cosa vedere se funziona. In secondo luogo bisogna vedere se, nel funzionare, avrà molti effetti su tutto il resto. Se voglio che il Congresso, il Parlamento o l’Unione Europea regolamentino la ruota è difficile che io ci riesca. Se io dicessi “Beh, sappiamo tutti a cosa servono le ruote e sappiamo che sono utili, ma avete notato che ogni rapinatore di banca ha quattro ruote sulla sua auto quando scappa con il bottino? Non possiamo fare qualcosa?” la risposta sarebbe naturalmente “No”, perché non sappiamo come realizzare una ruota che resti generalmente utile per usi legittimi ma sia inutilizzabile per i malintenzionati.
Ed è ovvio per tutti che i benefici generali delle ruote sono così profondi che saremmo matti a rischiare di perderli in una folle missione di bloccare le rapine attraverso la modifica delle ruote. Anche se ci fosse un’epidemia di rapine, anche se la società fosse sull’orlo del collasso a causa delle rapine in banca, nessuno penserebbe che le ruote siano il posto giusto per iniziare a risolvere il problema.
Ma se mi dovessi presentare davanti a quella stessa gente e dire che ho la prova assoluta che i telefoni a viva voce rendono le automobili più pericolose e dicessi “Vorrei che approvaste una legge che rende illegali i viva voce in auto” i legislatori potrebbero rispondere “Sì, ha senso, lo faremo”. Potremmo dissentire sul fatto che sia o no una buona idea, se le mie prove stiano in piedi, ma in pochi direbbero “Una volta che togli i viva voce dalle auto queste non sono più auto”. Sappiamo che le auto restano tali anche se togliamo qualche funzione.
Le auto servono a scopi specifici, se paragonate alle ruote, e tutto quello che fa il viva voce è aggiungere una funzione ad una tecnologia che è già specializzata. In effetti possiamo applicare anche qui una regola euristica: le tecnologie che hanno scopi specifici sono complesse e si possono togliere loro delle caratteristiche senza menomare la loro utilità di fondo.
Questa regola empirica aiuta molto i legislatori in generale, ma viene resa inutile dai computer e dalle reti universali: i PC e Internet. Perché se pensate ad un software come una funzione, ovvero un computer con un programma di foglio elettronico ha la funzione di foglio elettronico, un computer su cui gira World of Warcraft ha la funzione di MMORPG, allora questa regola euristica porta a pensare che si potrebbe ragionevolmente dire “Costruitemi un computer su cui non girino fogli elettronici” senza che ciò costituisca un attacco all’informatica più di quanto dire“Costruitemi un’auto senza telefoni viva voce” sia un attacco alle automobili.
E se pensiamo ai protocolli e ai siti come funzione della rete, allora dire “Sistemate Internet in modo tale che non sia più possibile utilizzare BitTorrent” oppure “Sistemate Internet in modo tale che Thepiratebay.org non venga più risolto” sembra uguale a dire “Cambiate il segnale di occupato” o “Scollegate dalla rete telefonica la pizzeria all’angolo” e non sembra un attacco ai principi fondamentali dell’interconnessione di reti.
Non comprendere che questa regola empirica che funziona per auto, case e ogni altra area tecnologica importante non funziona per Internet non ti rende malvagio e nemmeno un ignorante. Ti rende semplicemente parte i quella vasta maggioranza del mondo per cui concetti come “Turing complete” e “end-to-end” non hanno significato.
Così i nostri legislatori vanno ad approvare allegramente queste leggi, che diventano parte della realtà del nostro mondo tecnologico. All’improvviso ci sono numeri che non possiamo più scrivere su Internet, programmi che non possiamo più pubblicare e per far sparire materiale legittimo da Internet basta dire “Quella roba viola il copyright”. Questo non raggiunge le finalità della legge: non impedisce alla gente di violare il copyright. Ma somiglia superficialmente all’imposizione del rispetto del copyright: soddisfa il sillogismo di sicurezza “bisogna fare qualcosa, sto facendo qualcosa, qualcosa è stato fatto”. E così eventuali fallimenti che si verificano possono essere addebitati al fatto che la legge non si spinge abbastanza in là e non a suoi difetti di fondo.
Questo tipo di analogia superficiale ma divergenza di fondo si verifica in altri contesti tecnici. Un mio amico, che è stato un alto dirigente di una ditta di beni di consumo confezionati, mi ha raccontato che una volta quelli del marketing dissero ai tecnici che avevano una grande idea per i detersivi. Da quel momento avrebbero fatto detersivi che rendevano i capi più nuovi ad ogni lavaggio! Dopo che i tecnici avevano tento invano di spiegare il concetto di “entropia” al marketing [risate] arrivarono a un’altra soluzione… “soluzione”… Svilupparono un detersivo con degli enzimi che aggredivano le fibre sfilacciate, quelle rotte che fanno sembrare vecchio un capo, così che ad ogni lavaggio il capo sarebbe sembrato più nuovo. Ma questo avveniva perché il detersivo digeriva letteralmente gli indumenti. Usarlo faceva sciogliere i capi dentro la lavatrice. Questo era l’opposto di far sembrare il capo più nuovo: il detersivo invecchiava artificialmente i capi a ogni lavaggio. Come utente, più si applicava la “soluzione” al capo di abbigliamento, più diventavano drastici i rimedi per mantenerlo apparentemente nuovo, tanto che alla fine bisognava comperare un vestito nuovo perché quello vecchio si era disfatto.
Quindi oggi abbiamo persone del marketing che dicono “Non abbiamo bisogno di computer, ma di… elettrodomestici. Fatemi un computer che non esegua ogni programma ma solamente un programma che faccia questo lavoro specifico, come lo streaming audio, il routing di pacchetti, o esegua i giochi della Xbox e assicuratevi che non esegua programmi che io non ho autorizzato e che potrebbero ridurre i nostri profitti.”
In maniera superficiale, questa sembra un’idea ragionevole: un programma che esegue un compito specifico; dopotutto possiamo mettere un motore elettrico in un frullatore e possiamo installare un motore in una lavapiatti senza preoccuparci se sia possibile eseguire un programma di lavaggio stoviglie in un frullatore. Ma non è quello che succede quando trasformiamo un computer in un “elettrodomestico”. Non facciamo un computer che esegue solamente la app “elettrodomestico”, ma fabbrichiamo un computer in grado di eseguire ogni tipo di programma e che usa una combinazione di rootkit, spyware e firme digitali per impedire all’utente di sapere quali processi girano, per impedire l’installazione di software e bloccare i processi che non desidera vengano eseguiti.
In altre parole, un elettrodomestico non è un computer a cui è stato tolto tutto, ma un computer perfettamente funzionante con spyware preinstallato dal fornitore [applausi fragorosi]. Grazie.
Perché non sappiamo come costruire un computer multifunzione in grado di eseguire ogni programma che possiamo compilare tranne alcuni programmi che non ci piacciono o che proibiamo per legge o che ci fanno perdere soldi. La migliore approssimazione che abbiamo è un computer con spyware: un computer in cui qualcuno, da remoto, imposta delle regole senza che il proprietario del computer se ne accorga e senza che acconsenta.
Ed ecco che la gestione dei diritti digitali converge sempre verso il malware. C’è stato, ovviamente, quell’incidente famoso, una sorta di regalo alle persone che hanno formulato questa ipotesi, quando la Sony collocò degli installer di rootkit nascosti in 6 milioni di CD audio, che eseguirono segretamente un programma che monitorava i tentativi di leggere tracce audio dai CD e li bloccava; questo programma si nascondeva e induceva il kernel a mentire in merito ai processi in esecuzione e in merito ai file presenti sul disco.
Ma questo non è l’unico esempio. Di recente Nintendo ha rilasciato il 3DS, che aggiorna in maniera opportunistica il firmware ed esegue un controllo di integrità per assicurarsi che il vecchio firmware non sia stato modificato; se vengono rilevate modifiche non autorizzate, l’aggiornamento rende inservibile il dispositivo. Diventa un fermaporta.
Attivisti dei diritti umani hanno diramato allarmi in merito a U-EFI, il nuovo bootloader dei PC, che limita il computer in modo che possa caricare solamente sistemi operativi firmati digitalmente, evidenziando il fatto che i governi repressivi probabilmente non concederanno firme digitali ai sistemi operativi a meno che possano eseguire operazioni nascoste di sorveglianza.
Sul versante della rete, i tentativi di creare una rete che non possa essere utilizzata per violare il copyright portano sempre alle misure di sorveglianza tipiche dei governi repressivi. SOPA, la legge americana Stop Online Piracy Act, impedisce l’utilizzo di tool come DNSSec perché possono essere utilizzati per aggirare i blocchi dei DNS. E vieta anche tool come Tor perché possono essere utilizzati per aggirare le misure di blocco degli IP. Tant’è vero che i fautori di SOPA, la Motion Picture Association of America, hanno diramato un memorandum in cui citano una ricerca secondo la quale SOPA probabilmente funzionerà, perché usa le stesse misure usate in Siria, Cina e Uzbekistan. La loro tesi è che se queste misure funzionano in quegli stati, funzioneranno anche in America! [risate e applausi]
Non applaudite me, applaudite la MPAA! Ora, può sembrare che SOPA sia la mossa finale di una lunga lotta sul copyright e su Internet e può sembrare che se riusciamo a sconfiggere SOPA saremo sulla buona strada per assicurare la libertà dei PC e delle reti. Ma, come ho detto all’inizio di questo discorso, non si tratta di copyright, perché le guerre per il copyright sono solamente la versione 0.9 beta della lunga guerra contro il calcolo che è imminente. L’industria dell’intrattenimento è solamente il primo belligerante di questo conflitto venturo, che occuperà tutto il secolo.
Tendiamo a considerarli dei vincitori: dopotutto abbiamo SOPA, sul punto di essere approvata, che minerà le fondamenta di Internet nel nome della conservazione della classifica dei dischi più venduti, dei reality show e dei film di Ashton Kutcher! [risate e qualche applauso] Ma la realtà è che la legge sul copyright riesce ad arrivare fin dove arriva proprio perché non viene presa sul serio. Ed è per questo che in Canada un Parlamento dopo l’altro ha introdotto una legge stupida sul copyright dopo l’altra, ma nessuno di quei parlamenti è mai riuscito ad approvare quelle leggi. È per questo che siamo arrivati a SOPA, una legge composta da molecole di pura stupidità assemblate una ad una in una sorta di “stupidonio 250” che normalmente si trova solamente nei nuclei delle stelle appena formate.
Ed è per questo che è stato necessario rinviare queste frettolose audizioni per SOPA a metà della pausa natalizia, affinché i legislatori potessero dedicarsi a una vera discussione violenta, vergognosa per la nazione, su un argomento importante: i sussidi di disoccupazione.
È per questo che il World Intellectual Property Organization è indotto ripetutamente con l’inganno a promulgare proposte folli e ottusamente ignoranti sul copyright: perché quando gli stati del mondo inviano le proprie missioni ONU a Ginevra mandano esperti idrici, non esperti di copyright; mandano esperti di salute, non esperti di copyright; mandano esperti di agricoltura, non esperti di copyright. Perché il copyright, fondamentalmente, non è importante quasi per nessuno! [applausi]
Il parlamento canadese non ha votato le leggi sul copyright perché fra tutte le cose di cui il Canada si deve occupare, sistemare i problemi del copyright è molto meno prioritario delle emergenze sanitarie nelle riserve indiane delle First Nations, dello sfruttamento petrolifero dell’Alberta, dei problemi astiosi tra anglofoni e francofoni, della crisi delle aree di pesca e di migliaia di altri problemi!
L’insignificanza del copyright indica che quando altri settori dell’economia inizieranno a manifestare preoccupazioni riguardo a Internet e ai PC, il copyright si rivelerà essere una scaramuccia, non una guerra.
Perché altri settori dovrebbero avere rancori nei confronti dei computer? Perché il mondo in cui viviamo oggi è fatto di computer. Non abbiamo più delle automobili, ma computer con cui andiamo in giro; non abbiamo più aeroplani, ma computer Solaris volanti con un sacco di controller SCADA[risate e applausi]; una stampante 3D non è un dispositivo, ma una periferica, e funziona solamente connessa ad un computer; una radio non è più un cristallo, è un computer multifunzione con un ADC e un DAC veloci e del software.
Il malcontento scaturito dalle copie non autorizzate è nulla se confrontato alle richieste d’intervento create dalla nostra realtà ricamata da computer. Pensate un momento alla radio. Tutta la legislazione sulla radiofonia fino ad oggi era basata sul fatto che le proprietà di una radio sono determinate al momento della fabbricazione e non possono essere modificate facilmente.
Non è possibile spostare una levetta su un monitor ascoltabimbi e trasformarlo in qualcosa che interferisce con i segnali del controllo del traffico aereo. Ma le radio più potenti gestite dal software possono trasformarsi da monitor ascoltabimbi in gestore dei servizi di emergenza, in controllore del traffico aereo solamente caricando ed eseguendo un software differente. È per questo che la prima volta che l’ente normatore americano dlele telecomunicazioni (FCC) si chiese cosa sarebbe potuto succedere se fossero state messe in giro queste radio, chiese pareri sull’idea di rendere obbligatorio per legge che tutte le radio definite dal software venissero integrate in una piattaforma di Trusted Computing.
In ultima analisi, chiese se tutti i PC dovessero essere lucchettati, in modo che i programmi che eseguono siano strettamente regolamentati da autorità centrali. E anche questo è solamente un’ombra di quello che ci attende.
Dopotutto, questo è stato l’anno in cui abbiamo visto il debutto di file di forma [shape files] open source per convertire un AR-15 in un fucile automatico. Questo è stato l’anno dell’hardware open source e finanziato collettivamente per sequenziare i geni. E mentre la stampa 3D darà vita a valanghe di liti banali, ci saranno giudici del sud degli USA e mullah in Iran che impazziranno perché la gente sotto la loro giurisdizione si stamperà giocattoli sessuali [risate fragorose].
L’evoluzione della stampa 3D solleverà di sicuro molte critiche autentiche, dai laboratori a stato solido per la sintesi di anfetamine ai coltelli di ceramica. E non ci vuole certo uno scrittore di fantascienza per capire perché i legislatori potrebbero innervosirsi all’idea che il firmware delle auto a guida automatica sia modificabile dall’utente, o alla limitazione del’interoperabilità dei controller per aviazione, o le cose che si possono fare con assemblatori su scala biologica e sequenziatori.
Immaginate cosa succederà il giorno in cui la Monsanto deciderà che è molto, molto importante essere certi che i computer non possano eseguire programmi che inducono periferiche specializzate a generare organismi che tolgono letteralmente loro il cibo di bocca.
Indipendentemente dal fatto che pensiate che questi siano problemi reali o soltanto paure isteriche, essi restano il campo d’azione di lobby e gruppi d’interesse ben più influenti di Hollywood e dei grandi produttori di contenuti quando sono in vena. E ognuno di loro arriverà alla stessa conclusione:“Non potete fabbricarci semplicemente un computer universale che esegua tutti i programmi tranne quelli che ci spaventano o ci fanno arrabbiare?” “Non potete semplicemente fabbricarci una Internet che trasmetta qualunque messaggio su qualunque protocollo tra qualunque coppia di punti a meno che il messaggio ci dia fastidio?”
E personalmente capisco che ci saranno programmi che gireranno su computer universali e periferiche e che faranno paura persino a me. Quindi posso capire che chi si batte per limitare i computer universali troverà molti ascoltatori per le proprie tesi. Ma proprio come abbiamo visto nelle guerre per il copyright, vietare certe istruzioni, protocolli o messaggi sarà del tutto inefficace nel prevenire crimini e rimediarvi. E come abbiamo visto nelle guerre per il copyright, tutti i tentativi di controllo dei PC convergeranno verso i rootkit e tutti i tentativi di controllo di Internet convergeranno verso la sorveglianza e la censura. Ed è per questo che tutto questo è importante.
Perché abbiamo speso gli ultimi 10 anni e oltre unanimemente a inviare i nostri uomini migliori a combattere quello che pensavamo essere il capo supremo alla fine del gioco,ma adesso si rivela essere solamente il mini-capo alla fine del livello e la posta in gioco può solo aumentare.
Come membro della generazione dei Walkman, mi sono rassegnato che avrò bisogno di un apparecchio acustico molto prima di morire; naturalmente non sarà un apparecchio acustico, ma un computer che porterò nel mio corpo. Quindi quando salirò in macchina (un computer in cui metto il mio corpo) con un apparecchio acustico (un computer che metto dentro il mio corpo) vorrò sapere se queste tecnologie non saranno progettate per nascondermi qualcosa e per impedirmi di interrompere dei processi in esecuzione su di essi che agiscono contro i miei interessi[fragoroso applauso].
Grazie [l’applauso continua] Grazie. L’anno scorso il Lower Merion School District, in un sobborgo borghese di Philadelphia, si è trovato in guai seri perché è stato scoperto che distribuiva PC agli studenti con precaricato un rootkit che permetteva una sorveglianza remota nascosta attraverso il computer, la sua telecamera e la sua connessione di rete. È risultato che avevano fotografato gli studenti migliaia di volte, a casa, a scuola, quando erano svegli, quando dormivano, quando erano vestiti e quando erano nudi.
Nel frattempo l’ultima generazione di tecnologia per l’intercettazione legale può attivare di nascosto telecamere, microfoni e GPS su PC, tablet e dispositivi mobili. In futuro la libertà richiederà che si sia capaci di monitorare i nostri dispositivi, imporre su di loro regole di funzionamento significative, esaminare e bloccare processi che girano su di essi, mantenerli come servitori leali e non come spie o traditori che lavorano per criminali, teppisti o gente con manie di controllo. Non abbiamo ancora perso, ma dobbiamo vincere la guerra del copyright per mantenere Internet e il PC liberi e aperti. Perché queste sono le risorse delle guerre venture e non potremo continuare a lottare senza di esse. E lo so che può sembrare come un invito alla rassegnazione, ma, come ho detto, questo è solamente l’inizio.
Abbiamo combattuto il mini-capo e questo vuol dire che ci aspettano grandi sfide, ma come ogni bravo disegnatore di livelli di videogiochi, il destino ci ha mandato per primi dei nemici facili per poterci allenare. Abbiamo una vera possibilità: se sosteniamo i sistemi aperti e liberi e le organizzazioni che combattono per loro (EFF, Bits of Freedom, EDRI, ORG, CC, Netzpolitik, La Quadrature du Net e tutte le altre che sono, per fortuna, troppo numerose per citarle tutte) possiamo vincere la battaglia e assicurarci le munizioni che ci serviranno per la guerra.


©2012 by Paolo Attivissimo (http://disinformatico.info). Distribuzione libera, purché sia inclusa la presente dicitura.

Link articolo originale http://attivissimo.blogspot.com/2012/01/cory-doctorow-spiega-perche-i-computer.html

15 febbraio 2011

5 gennaio 2010

Come distruggere il Libro.

Filed under: Melting pot — yanfry @ 18:16
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Il 13 novembre 2009, Cory Doctorow ha parlato a circa un centinaio di bibliotecari, educatori, editori, autori, e studenti, come parte del “Vertice Nazionale sulla Lettura” a Toronto, intitolando il suo intervento “Come distruggere il libro

Questa è la mia traduzione (perdonatemi, sigh) della trascrizione di una parte di ciò che ha detto ripresa dall’articolo di Jade Colbert disponibile qui http://thevarsity.ca/articles/23855.

 

 

Un’elegia per il libro

 

Mi piacerebbe iniziare il mio discorso di oggi, con un’elegia per il libro.

La prima parte dell’elegia si chiama “Pirati”.

 

 

Pirati

 

C’è un potente gruppo di attivisti anti-copyright là fuori che sta cercando di distruggere il libro. Questi pirati distruggeranno il copyright e non hanno alcun rispetto per la nostra proprietà. Essi travestono i loro furti con la nobile retorica su come siano i veri difensori ed eredi della creatività e hanno venduto questa affermazione in tutto il mondo ai politici e ai legislatori.

Ci sono membri del Parlamento e del Congresso che sono eccessivamente influenzati da loro. Dicono che stanno solo cercando di conservare le cose così come sono sempre state. Sostengono che la loro agenda radicale è in qualche modo conservatrice. Ma ciò che veramente vedono è un futuro in cui il mercato elettronico della cultura cresca a passi da gigante in cui essi siano al centro dello stesso. Sostengono che si tratti di etica, ma chiunque ci pensi per un minuto può vedere che si tratta solo di profitto.

 


La seconda parte di questa elegia è intitolata “Il popolo del libro”.

 

 

Il popolo del libro

Noi siamo il popolo del libro. Amiamo i nostri libri. Riempiamo le nostre case con i libri.

Teniamo in gran conto i Libri che abbiamo ereditato dai nostri genitori e abbiamo a cuore l’idea di passare quei libri ai nostri figli. Infatti, quanti di noi hanno iniziato a leggere con un adorato libro, che apparteneva ad uno dei nostri genitori?

Imponiamo libri meritevoli ai nostri amici e insistiamo sul fatto che li leggano. Sentiamo addirittura una strana parentela per la gente che vediamo sugli autobus o sugli aerei leggere i nostri libri, i libri che sosteniamo.

Se qualcuno cerca di portarci via i nostri libri – qualche governo oppressivo, qualche censore “fuori dai binari” – li difendiamo con tutto ciò che abbiamo.

Riconosciamo la nostra tribù quando visitiamo le loro case perché ogni muro è tappezzato di libri. Ci sono in bilico pile di libri accanto al letto e sul pavimento, ci sono masse di tascabili gonfi in bagno.

I nostri libri siamo noi.

Sono i nostri banchi di memoria esterni che contengono le influenze morali, intellettuali, immaginative che ci fanno le persone che siamo oggi.

 

Il Copyright riconosce tutto questo. Esso dice che quando acquisti un libro, tu possiedi il libro.

È tuo per darlo via, è tuo per tenerlo, è tuo per licenziarlo o per prestarlo, per darlo in eredità o per essere messo al sicuro per i tuoi figli.

Per secoli, il copyrigth ha riconosciuto la sacra relazione tra i lettori ed i loro libri. Pensiamo al copyright come qualcosa che regola le cose contenute in un grappolo di secchi – DVD, videogiochi, registrazioni – ma i libri sono molto più di tutte queste cose.

I libri sono più vecchi del copyright. I libri sono più vecchi dell’editoria. I libri sono più vecchi della stampa!

 

Gli attivisti anti-copyright non hanno alcun rispetto per il nostro copyright e per i nostri libri.Dicono che quando acquisti un eBook o un audiolibro che viene consegnato in formato digitale, sei degradato da proprietario a licenziatario. Da un lettore a un semplice utente.

Questi ladri ci consegnano i nostri libri digitali e audiolibri avvolti in contratti di licenza e tecnologie che potrebbero anche essere in grado di distruggere il legame emotivo che i lettori hanno con i loro libri.

 

Queste licenze naturalmente possono avere fino a migliaia di parole.

Se avete un iPhone e comprate un audiolibro da Audible utilizzando iTunes Store, accettate circa 26.000 parole di contratto di licenza.

Solo il Canadian Copyright Act si aggira sulle 33.000 parole.

La premessa di queste licenze è, dimentica il copyright.

Dimentica la legge nella sfera pubblica che ti ha dato i diritti sui tuoi libri. Da ora in poi, noi scriviamo la legge.

 

Queste licenze sono naturalmente costruite con clausole inapplicabili.

Lo potete dire, perché sono generosamente condite con parole come “Se una qualsiasi parte di questa licenza si troverà ad essere inapplicabile, il resto rimarrà in vigore.” Questo è, naturalmente il legalese degli avvocati per dire: “Noi non limitiamo questa alle cose che pensiamo farebbero sorridere un giudice. Abbiamo messo tutto qui. E ‘una sorta di ipotetica lista dei desideri e l’unico modo per scoprire quali parti sono reali e quali parti sono immaginarie è quello di farci causa su ogni punto.”


Tutto ciò è fondamentalmente un modo per dire che il copyright è un’assurdità e che i lettori dovrebbero smettere di prestarvi attenzione ed accettare queste pazzesche licenze abusive.

 

E al di sopra di tali licenze essi aggiungono le tecnologia di gestione dei diritti digitali (DRM).

Le tecnologia di gestione dei diritti digitali, ovviamente, non ha mai impedito ad un libro di uscire su Internet.

Per gli editori che oggi credono che sia possibile acquistare DRM che possano impedire ai propri libri di apparire su Internet senza restrizioni, io dico: “Osservate, la dattilografa.”

 

Quindi, se DRM non impedisce alla gente di copiare i libri, che cosa fa?

Ciò che fà è rendere illegale per qualcuno di creare un lettore in grado di visualizzare un libro o riprodurre un audiolibro.

Immaginate se una gigantesca catena editoriale facesse un accordo con l’Ikea in modo che Ikea sia il fornitore esclusivo di sedie, scaffali e lampadine per la lettura dei suoi libri, e di fatto ottenesse una legge che renda illegale la vendita di altre sedie, librerie e lampadine compatibili con i loro libri. Ciò non sarebbe nell’interesse ne dei lettori, ne degli editori, ne degli scrittori.

Questo sarebbe di grande interesse solo per l’Ikea, perché otterrebbe un blocco sui nostri lettori, che gli consentirebbe di esercitare il potere di annullare il mercato.

Abbiamo sentito gli editori, gli scrittori ed altre persone coinvolte in vari settori creativi lamentarsi per anni per l’indebita influenza esercitata dalle catene come Wal-Mart, perché controllano un canale di distribuzione critico.

Ma immaginate se questo controllo continuasse oltre la tomba, dopo la vendita, in modo che ogni uso dopo la vendita della vostre collezioni imponesse che abbiate un rapporto continuativo con un mero rivenditore o distributore. Immaginate quanto sarebbe negativo per l’editoria.

 

 

La terza parte di questa elegia si chiama “Salvare il libro”.

 

 

Salvare il libro

 

Dopo anni di scrittura, di discussioni e di ragionamenti sui libri, sono giunto ad una semplice ma importante constatazione: io amo i libri.

Non solo la loro lettura o il possederli – ho un profondo attaccamento sentimentale per l’idea stessa di libro.

 

E non solo io. E ‘sociale. Attraversa  tutta la nostra intera società.

Se stai facendo un cortometraggio e vuoi illustrare una società che precipita nella tirannia, puoi semplicemente tagliar via fino ad una scena di una pila di libri in fiamme, e tutti sapranno esattamente che cosa significava.

Se si vuole indicare che un personaggio di un libro è molto simpatico e si menziona di quanto ami leggere e andare in biblioteca, i lettori mostreranno immediatamente simpatia per lei.

I libri hanno questo chiaroscuro di virtù, trasudano virtù e ciò è molto oltre qualsiasi razionalità e ragionevolezza, perché tutti voi, che siete gente del libro, sapete che ci sono molti libri che sono assolutamente indegni di quella virtù, eppure – eppure – quando ho lavorato in una libreria e dovevo strappare i tascabili per rimandarli indietro è stato doloroso strappare le copertine dei libri. Riesco a malapena a convincermi a riciclare la rubrica ogni anno.

E sì, è una cosa meravigliosa essere nell’editoria, perché si ottiene un beneficio impagabile da questo attaccamento sentimentale che le persone hanno per i libri.

La gente acquista i libri perché ama l’idea dei libri. Gli editori stanno pagando oggi costosi consulenti di marketing per aiutarli a comprendere “l’esperienza elettronica” di un libro digitale. L’esperienza di come un libro possa essere consumato.


Il che mi porta alla seconda metà di questa importante constatazione: la parte più importante dell’esperienza di un libro è sapere che può essere di tua proprietà.

Che può essere ereditato dai tuoi figli, che può arrivarti dai tuoi genitori. Che le biblioteche possano archiviarlo, possano prestarlo, che mecenati possano adottarlo.

Che le riviste a cui si è abbonati possano rimanere in una pila in rovina di National Geographics nella soffitta di qualcuno in modo che tu possa riscoprirli in un giorno di pioggia – e che non si smetta di sottoscriverli.

È una specie molto strana di abbonamento quello che porta via le tue riviste quando lo concludi [come avviene con la maggior parte degli abbonamenti istituzionali con Elsevier, il più grande editore al mondo di riviste

mediche e scientifiche].

 

Avere i tuoi libri li come un vecchio amico, che ti segue di casa in casa per tutti i giorni e per le lunghe notti della tua vita: questo è il bene prezioso che è nelle mani dell’editoria di oggi. Ma per qualche ragione l’editoria si prefigge di convincere i lettori che essi non hanno diritto di leggere i loro libri come proprietà – che non dovrebbero affezionarvisi. La parte peggiore di ciò è che in realtà potrebbero far si che ciò accada.

 

 

La quarta parte si chiama “Rispettare il copyright”.

 

 

Rispettare il copyright

 

La gente continua a mostrarmi i lettori ebook che cercano di ricreare l’esperienza libro con belle animazioni che esibiscono lo sfogliarsi della pagine.

Ma se si vuole ricreare la parte importante dell’esperienza libro, la parte per cui la gente continua a comprare i libri per tutta la vita, riempiendo le case con amici preziosi da cui non si separerebbero ne per amore, ne per denaro, allora abbiamo bisogno di recuperare e salvaguardare la proprietà dei libri. Quando compro un libro, è mio.

Non c’è alcun meccanismo, nemmeno di fronte a un ordine del tribunale, in cui un rivenditore può riprendersi un mio libro, eppure Amazon lo fà – questa è la cosa più straordinaria che abbiano fatto negli Stati Uniti – avete sentito parlare naturalmente di qualcuno che aveva messo una copia di 1984 di Orwell nello Store Kindle, e non c’era la licenza per la distribuzione in USA – naturalmente Orwell è di dominio pubblico al di fuori degli Stati Uniti, in copyright negli USA – Amazon ha risposto a questa notizia revocando il libro 1984 ai suoi clienti di ebook.

Dopo che lo avevano comprato, si svegliarono una mattina per scoprire che il loro libro era sparito.

Ma Amazon ha effettivamente reagito abbastanza bene.

Dopo averci pensato per un giorno, e affrontato la tempesta mediatica, hanno deciso di ripristinare i libri – li hanno ridati alle persone e hanno fatto una promessa: “Non ci riprenderemo mai mai mai mai mai e poi mai più i tuoi libri. A meno che non dobbiamo”.

 

Ora, ho lavorato come libraio per un certo numero di anni in questa città, e non ho mai dovuto fare questa promessa a nessuno dei miei clienti quando compravano libri. La progettazione di un reader di ebook in modo che questi libri possono essere cancellati senza che il lettore ne abbia conoscenza o ne abbia dato il consenso viola la Prima Legge di Cechov sulla narrativa: ogni pistola sulla mensola del caminetto nel Primo Atto è obbligata a sparare nel Terzo Atto.

 

Quando compro un audiolibro su CD, è mio.

Il contratto di licenza, così come è, dice “non violare le leggi sul copyright”, e io posso rippare quel CD come MP3, posso caricarlo sul mio iPod o un qualsiasi altro device – è mio, posso darlo via, posso venderlo, è mio.

Ma quando acquisti un audiolibro attraverso Audible, che ora controlla il 90 per cento del mercato [scaricabile] dell’audiolibro, ottieni un contratto di licenza, non un diritto di proprietà.

Le cose che si possono fare con esso sono limitate dal DRM; i player con cui lo puoi ascoltare sono limitati dagli accordi di licenza con Audible. Audible non lo fa perché sono gli editori a chiederglielo. Audible e iTunes, perchè Audible è l’unico fornitore di iTunes, lo fanno perché questo è nel loro interesse.

 

Per spiegarvi come so queste cose: il mio ultimo libro è stato un audiolibro della Random House.

Siamo andati da Audible e abbiamo detto: “Distribuite questo libro senza DRM nel vostro negozio?”, e loro hanno detto, “No.” Quando glielo abbiamo chiesto per questo, Makers, che appena uscito questa settimana – ancora una volta, un’audiobook della Random House – Random House che è ovviamente il più grande editore al mondo, uno dei maggiori clienti – siamo andati da Audible e abbiamo detto: “Lo farete questo?” e Audible ha risposto: “Perché no, lo faremo. Ma iTunes non vuole gestirlo”

 

Chi afferma che i lettori non possono e non vogliono e non devono possedere i propri libri sono inclini alla distruzione del libro, la distruzione dell’editoria e alla distruzione degli scrittori stessi.

Dobbiamo impedire che vengano autorizzati a farlo.

La biblioteca di domani dovrebbe essere migliore della biblioteca di oggi.

La capacità di prestare i nostri libri a più di una persona alla volta è una caratteristica, non un bug.

Lo sappiamo tutti. E ‘ora di smettere di fingere che i pirati del copyright siano nel giusto.

Queste persone sono state lettori prima di essere editori, prima di essere scrittori, prima di aver lavorato nel dipartimento legale, prima di essere agenti, prima di essere venditori e marketers. Noi siamo il popolo del libro, e abbiamo bisogno di cominciare ad agire di conseguenza.

 

 

E questa è la fine dell’elegia.

24 dicembre 2009

Perché Hollywood gira un sequel delle guerre, di Napster?

Filed under: Ebook — yanfry @ 12:37
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Originariamente pubblicato su InformationWeek, 14 agosto 2007 – Cory Doctorow

Hollywood ama i sequel: in genere questi sono una scommessa sicura, dimostrano che state portando avanti un affare che ha già avuto successo. Ma dovreste essere svitati per girare un sequel di un disastroso fiasco: come Le Avventure di Pluto Nash o Town & Country.
L’insuccesso disastroso di Pluto Nash è stato praticamente indolore se paragonato allo sfacelo di Napster. Il disastro è avvenuto sei anni fa, quando l’industria discografica riuscì a far chiudere il servizio pionieristico di condivisione dei file, e ancora oggi non mostra segni di ripresa.

La cosa più disastrosa di Napster non è stata la sua esistenza, ma piuttosto la capacità dell’industria discografica di ucciderlo.

Il modello economico di Napster era compatibile con l’industria discografica: aumentava il capitale da investire, richiedeva una tariffa per l’accesso al servizio e poi pagava milioni di dollari alle etichette discografiche in cambio delle licenze delle loro opere. Certo, hanno mandato all’aria questo progetto senza il permesso delle etichette discografiche, ma non è poi così strano. Le case discografiche hanno fatto la stessa cosa un centinaio di anni fa, quando cominciarono a registrare gli spartiti musicali senza permesso, accrescendo il loro capitale, aumentando i loro profitti e, solo successivamente, stipulando un accordo per pagare i compositori delle opere con cui si erano arricchiti.

Il progetto Napster era plausibile. Avevano la tecnologia che è stata adottata più velocemente nella storia del mondo, conquistando 52.000.000 utenti in soli diciotto mesi – più di quanti avevano votato per il loro candidato nelle precedenti elezioni statunitensi! – e scoprendo, attraverso indagini, che una considerevole porzione di utenti avrebbe felicemente pagato dai 10 ai 15 dollari al mese per il servizio. Inoltre, Napster aveva un’architettura che includeva un gatekeeper che poteva essere usato per escludere gli utenti non paganti.

Le case discografiche si rifiutarono di trattare. Gli fecero causa e misero Napster in ginocchio. Bertelsmann ha acquistato Napster salvandolo dalla conseguente bancarotta, un esempio che è stato seguito da altri colossi della musica, come la Universal, che uccise MP3.com in tribunale, per poi portarsi a casa il cadavere a basso costo, usandolo come progetto interno.
Dopo questo, le case discografiche si presero un giorno libero: praticamente ogni compagnia fondata sul P2P affondò, e milioni di dollari vennero incanalati dalle aziende tecnologiche di Sand Hill Road con capitale da investire verso i membri della RIAA, utilizzando compagnie P2P e tribunali come conduttori.
Ma le case discografiche non erano in grado di sostituire questi servizi con alternative altrettanto interessanti. Misero in campo, invece, dei sostituti mediocri come PressPlay, con un catalogo limitato, prezzi elevati, e tecnologia anti-copyright (digital rights management o DRM) che infastidì milioni di utenti trattandoli come criminali invece che come clienti. Queste stupide imprese arrecarono un danno incalcolabile alle case discografiche e ai loro partner.

Basta guardare Sony: avrebbe potuto essere sopra al mucchio. Produce alcuni tra i migliori e meglio progettati oggetti di elettronica. Possiedono la più grande casa discografica del mondo. La sinergia sarebbe stata incredibile. I tecnici avrebbero progettato Walkman, l’ufficio addetto alla musica si sarebbe occupato dei cataloghi, e l’ufficio marketing li avrebbe venduti tutti.
Conoscete la barzelletta sull’Inferno europeo? Gli inglesi cucinano, i tedeschi sono gli amanti, gli italiani sono i poliziotti e i francesi stanno al governo. Nella Sony sembra che l’ufficio addetto alla musica stia progettando Walkman, l’ufficio marketing stia facendo i cataloghi e i tecnici dirigano le vendite. I lettori portatili della Sony – MusicClip e altri – erano così danneggiati dalla tecnologia anti-copia che non potevano neanche riprodurre gli MP3, e la selezione musicale dei servizi della Sony come PressPlay era anemica, costosa, e altrettanto impedita. Sony non è neanche più un nome importante nel mercato dei lettori portatili: il Walkman oggi si chiama iPod.

Naturalmente la Sony ha ancora la sua casa discografica, per ora. Ma le vendite sono in calo, sta vacillando a causa del disastroso “rootkit”[13] del 2005, che ha deliberatamente infettato otto milioni di CD musicali, compromettendo più di 500,000 reti di computer statunitensi, comprese quelle militari e governative, tutto per un tentativo (fallito) di fermare la copia dei suoi CD.
Gli utenti non erano disposti ad aspettare che la Sony e gli altri si svegliassero e offrissero loro un servizio che fosse così interessante, frizzante, e versatile come lo era Napster. Invece, si spostarono verso una nuova generazione di servizi come Kazaa e le varie reti Gnutella. Il modello di business di Kazaa era di stabilirsi oltre mare, sulla piccola isola polinesiana di Vanuatu, ed evitare intrusioni nei suoi sistemi con i suoi software, tenendo i suoi profitti fuori dalla portata di spyware truffatori. Kazaa non voleva pagare milioni di dollari per ottenere le licenze dalle case discografiche: utilizzarono il sistema legale e finanziario internazionale per confondere completamente i membri delle RIAA attraverso un quinquennio di folli profitti. La compagnia era praticamente al tappeto, ma i fondatori se ne andarono e crearono Skype e, successivamente, Joost.

Nel frattempo, dozzine di altri servizi sono nati con lo scopo di riempire il vuoto lasciato da Kazaa: AllofMP3, il noto sito russo, venne infine ucciso dall’intervento dell’Organizzazione del Commercio degli Stati Uniti e dal WTO, per rinascere il giorno dopo con un altro nome.
Sono trascorsi otto anni da quando Sean Finning ha creato Napster nella sua stanza del dormitorio al college. Otto anni dopo non esiste ancora un solo distributore autorizzato di musica che possa competere con l’originale Napster. Le vendite delle case discografiche sono in calo e le vendite di musica digitale non bastano a riempire il cratere. L’industria musicale si è ridotta ad appena quattro compagnie, e presto resteranno in tre se la EMI ottiene il regolare permesso di tirare i remi in barca.

Il film querelali-tutti-e-lascia-che-sia-Dio-ad-occuparsi-di-loro è stato un fallimento al botteghino, al videonoleggio e oltre mare. Allora per quale ragione Hollywood ne sta girando un remake?
YouTube, nel 2007 ha affrontato alcune situazioni simili a quelle capitate a Napster nel 2001. Fondato da una coppia di ragazzi in un garage, raggiunse un mirabile successo, pesantemente capitalizzato da ingenti guadagni. Il suo modello di business? Trasformare la popolarità in dollari e offrirne una parte agli aventi diritto di cui utilizzano i lavori. Si tratta di un piano storicamente solido: gli operatori del via cavo si sono arricchiti ritrasmettendo programmi senza permesso, e una volta ottenuto il successo commerciale, hanno negoziato per pagare questi copyright (esattamente come le case discografiche hanno negoziato con i compositori dopo che si erano arricchite vendendo album contenenti quelle composizioni).

YouTube ‘07 ha un’altra cosa in comune con Napster ‘01: le multinazionali dell’intrattenimento l’hanno citato in giudizio.
Solo che, in questo caso non sono scese in campo (solo) le case discografiche. Emittenti, case cinematografiche, e gente comune che crea file audio e video si stanno facendo avanti. Di recente ho incontrato un impiegato della NBC che mi ha raccontato che, secondo lui, una severa e punitiva sentenza legale avrebbe mandato all’industria tecnologica il messaggio di non fornire più questo tipo di servizi.
Speriamo si sbagli. Google – il proprietario di YouTube – è una compagnia adulta, insolita nell’industria tecnologica, solitamente popolata da aziende create da adolescenti. Hanno parecchi soldi e un serio interesse nel mantenerli. Vogliono dialogare con i detentori dei diritti dei file audio e video per arrivare a un accordo. Sei anni dopo la sentenza Napster, questo tipo di volontà è di poco aiuto.

La maggior parte delle “compagnie” tecnologiche interessate a commercializzare materiale audio e video preso da Internet non hanno alcun interesse nel dialogare con le case cinematografiche. Non sono né confusi progetti open source (come mythtv, un iper-TiVo gratuito che è in grado di omettere la pubblicità, scaricare e condividere video, ed è aperto a chiunque voglia modificarlo e migliorarlo), né anarchici politicamente motivati (come ThePirateBay, un sito svedese con un server Bit-Torrent tracker con mirror in tre paesi con sistemi legali non-interoperabili, da dove rispondono con avvisi legali con lettere sarcastiche e blasfeme che in seguito pubblicano online), o veri e propri criminali come i venditori di merce contraffatta che usano il P2P per diffondere i loro DVD contraffatti.

Non si tratta solo di YouTube. TiVo, pioniere della registrazione video digitale privata, percepisce la stretta, finendo con l’essere tagliato fuori dal mercato del digitale sia via cavo che via satellite. I loro sforzi per aggiungere un servizio gestito TiVoToGo vennero attaccati dai detentori dei diritti che imposero al FCC di bloccarli. Gli addetti al via cavo/satellite e gli studios preferirebbero che gli utenti passassero al loro pacchetto PVR correlato al servizio TV.
I box sono di proprietà delle compagnie del via cavo/satellite che hanno l’assoluto controllo su questi dispositivi. La Time-Warner è famosa per aver cancellato a distanza episodi di spettacoli memorizzati subito prima dell’avvento del DVD, e molti operatori hanno cominciato a utilizzare “flags” che avvisavano le apparecchiature di non permettere l’utilizzo del comando avanti-veloce, o per prevenire la registrazione completa.

La ragione per cui YouTube e TiVo sono più popolari di ThePirateBay e mythtv è che i primi sono il metodo più veloce per gli utenti di ottenere ciò che vogliono: i video che vogliamo nel modo che vogliamo. Utilizziamo questi servizi in quanto sono simili a Napster: semplici, ben strutturati e funzionali.
Ma se l’industria dello spettacolo esclude queste apparecchiature, ThePirateBay e mythtv sono già pronti a sostituirle, pronti ad accoglierci a braccia aperte. ThePirateBay ha già annunciato che lancerà un concorrente per YouTube senza plug-in, da visualizzare tramite il browser stesso. Molti imprenditori stanno tentando di alleviare il dolore e cercando di creare il proprio box simile a quello di mythtv. L’unica ragione per cui esistono barriere alla diffusione di BitTorrent e mythtv è che per nessuno valeva la pena investire in questi progetti al fine di abbatterle. Ma una volta uccisi i concorrenti di questi servizi, state attenti.

La questione è semplice: gli utenti non vogliono usufruire di servizi con diritti limitati. Non vogliamo essere bloccati mentre utilizziamo dispositivi autorizzati nel modo corretto. Non lo abbiamo mai voluto: noi siamo i discendenti spirituali dei sostenitori degli album registrati “illegalmente” e della Tv via cavo “illegale”. Questo tipo di richiesta non scomparirà.
Non esiste nessuna scusa plausibile per lanciarsi nella produzione di un sequel delle guerre di Napster. Abbiamo visto quel film. Sappiamo come finisce. Ogni Natale, leggiamo articoli in cui si dice che questo è stato il Natale peggiore di sempre per la vendita di CD. Sapete una cosa? Le vendite dei CD non miglioreranno mai. I CD sono stati resi obsoleti dalla distribuzione di musica via Internet e l’industria discografica si è chiusa fuori con le sue mani dall’unico proficuo e popolare sistema di distribuzione di musica fin ora inventato.
Compagnie come Google/YouTube e TiVo sono rare: produttori di tecnologia che vogliono stipulare accordi. Devono essere trattate con i guanti dall’industria dello spettacolo, non processate.

(Grazie a Bruce Nash e The-Numbers.com la loro assistenza nelle ricerche per questo articolo.)
[13]Programma creato per avere il controllo completo sul sistema senza bisogno di autorizzazione da parte dell’utente o dell’amministratore [N.d.T.].

Fonte: http://www.librishop.it/aree/?p=260
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/

Cory Doctorow sulla Pena di Morte dei Three Strikes

Intervistato da David Weinberger per Broadbandstrategyweek http://broadbandstrategyweek.com l’autore e attivista Cory Doctorow sostiene che Internet è troppo centrale per la nostra vita per essere tolto dal “tre accuse” per violazione del copyright.
Il video è sottotitolato in italiano, francese ed inglese su http://dotsub.com .

Fonte: http://dotsub.com/view/66aa2ced-22ed-4140-b403-fa2905ed1b55

Makers: La minaccia per autori ed editori

Filed under: Ebook — yanfry @ 10:36
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[L’introduzione a Makers, l’ultimo romanzo di Cory Doctorow, è un’ottima spiegazione di quel che l’autore pensa dell’editoria presente e delle possibilità che offre alla persona autrice. Makers è stato pubblicato in USA Canada UK, ed è disponibile contemporaneamente come ebook gratuito senza che questo ostacoli le edizioni a stampa. La traduzione è mia – Jan Reister]

A proposito di questo ebook – di Cory Doctorow

C’è un pericoloso gruppo di attivisti anti-copyright che rappresenta una minaccia grave ed impellente per il futuro di autori ed editori. Non rispettano né la proprietà né le leggi. In più, sono potenti ed organizzati, e riescono a farsi ascoltare dai politici e dalla stampa.

Parlo ovviamente degli uffici legali degli editori di ebook.

Queste persone non credono nella legge sul diritto d’autore. La legge sul copyright dice che quando compri un libro, è di tua proprietà. Puoi regalarlo, prestarlo, darlo in eredità ai tuoi discendenti o donarlo al più vicino dormitorio per senzatetto. Possediamo libri da molto più tempo prima di quando abbiamo iniziato a stamparli. La legge sul diritto d’autore ha sempre riconosciuto il tuo diritto a possedere i tuoi libri. Quando vengono scritte le leggi sul copyright – da politici eletti, per il bene pubblico – esse tutelano sempre questo diritto.

Gli editori di ebook però non rispettano la legge sul diritto d’autore, e non credono che tu abbia diritto al possesso dei tuoi beni. Al suo posto, dicono che quando “compri” un ebook, in realtà stai solo comprando una licenza per quel libro, e che la legge sul copyright è superata dalle migliaia di parole farsesche ed ingiuriose dell’accordo di licenza su cui fai clic quando completi la transazione d’acquisto. (Certo, il pulsante sul sito dice “Compra questo libro” e parlano di “vendite di ebook” alle conferenze – nessuno dice “Licenzia questo libro per il tuo Kindle” o “Le licenze totali per gli ebook sono cresciute cento volte dallo 0.00001% di tutte le edizioni allo 0.0001%”)

Che vadano all’inferno. L’hai comprato, è tuo. Credo nella garanzia di proprietà dei tuoi libri data dalla legge sul copyright.

Perciò possiedi questo ebook. L’accordo di licenza […] è di Creative Commons e ti dà ancora più diritti di un libro normale. Ogni sua parola è un regalo, non un sequestro. Goditela.

Cosa voglio da te in cambio? leggi il libro. Dillo ai tuoi amici. Fai una recensione su Amazon o alla tua libreria vicino casa. Portalo al tuo circolo di lettura. Fallo leggere ai tuoi studenti (quelli più grandi per favore – quella scena di sesso è tosta) (adesso sei attento, vero?). Come scrisse Woody Guthrie:

“Questa canzone è sotto il Sigillo di Copyright n.154085 delle leggi degli Stati Uniti, per un periodo di 28 anni, e chiunque venga sorpreso a cantarla senza il nostro permesso sarà un nostro grande amico, perché con ce ne importa nulla. Pubblicala, scrivila, cantala, ballala, cantaci uno yodel. Noi l’abbiamo scritta, è tutto quel che volevamo fare.”

Già. Inoltre, se ti piace, compralo o regala una copia ad un’ente meritevole e privo di fondi.

Perché lo faccio? Perché il mio problema non è essere piratato, ma essere sconosciuto (grazie Tim O’Reilly per questo fantastico aforisma). Perché gli ebook gratuiti vendono libri stampati. Perché mi sono fotocopiato anche il c**o quando avevo 17 anni e sono cresciuto spendendo praticamente ogni cent disponibile in libri quando sono diventato grande. Perché non posso impedirti di condividerlo (gli zero e gli uno non diventeranno più difficili da copiare); e perché i lettori hanno sempre condiviso il libri che amano, e quindi posso chiederti di unirti alla causa.

Da quando avevo sei anni ho sempre sognato di scrivere romanzi di fantascienza. Ora lo faccio davvero. E’ un sogno realizzatosi, come fare da grande il cowboy o l’astronauta, tranne che non vieni vessato dai rancher e non devi restare 28 ore sulla rampa di lancio col pannolone. L’idea che possa infastidirmi quando le persone – i lettori celebrano ciò che scrivo è incredibilmente assurda.

Quindi scarica questo libro.

Alcune regole:

E’ tradizione qui che i lettori convertano i miei ebook nel loro formato preferito e me li spediscano, ed è bello! Se hai convertito in un altro formato i file, inviameli […] e li pubblicherò, ma prima leggi questo:

* […] Niente copertine. Il testo del libro è liberamente copiabile, la copertina non proprio. Ne controlla i diritti il mio editore, quindi non inserirla nel file.
* Niente DRM. La licenza Creative Commons proibisce la condivisione del file con “DRM” (detto anche “protezione da copia”), e per me è bene così. Non mandarmi il libro con del DRM. Se converti ad un formato che ha l’opzione DRM, controlla di averla disabilitata.

Una parola a insegnanti, bibliotecari e persone che vogliono regalarmi dei soldi

Ogni volta che metto online gratis un libro, ricevo delle email da lettori che vogliono fare una donazione. Apprezzo la generosità di spirito, ma non mi interessano le donazioni in denaro, perché i miei editori sono davvero molto importanti per me. Essi danno un contributo enorme al libro, lo migliorano, lo offrono ad un pubblico che non potrei mai raggiungere, mi aiutano a fare di più col mio lavoro. Non ho intenzione di tagliarli fuori dal giro.

Ma ci deve essere un modo per mettere a frutto questa generosità e forse l’ho trovato.

Ecco come: ci sono tanti insegnanti e bibliotecari che vorrebbero mettere delle copie di questo libro tra le mani dei loro studenti e frequentatori, ma non hanno i fondi per farlo.

Ci sono persone generose che mi vogliono spedire dei soldi per dirmi grazie dei libri gratis.

Propongo di farli incontrare.

Se sei un insegnante o un bibliotecario e vuoi una copia gratuita di Makers, scrivi a freemakers@gmail.com col tuo nome, il nome e l’indirizzo della tua scuola. Verrà pubblicato qui sotto dalla mia fantastica assistente, Olga Nunes, perché potenziali donatori lo possano vedere.

Se ti è piaciuta l’edizione elettronica di Makers e vuoi donare qualcosa per dire grazie, controlla qui sotto per trovare un insegnante o una biblioteca da sostenere. Poi vai su Amazon, BN.com o la tua libreria online preferita ed ordina una copia per loro, invia una copia della ricevuta (se vuoi cancella il tuo indirizzo ed altre informazioni personali) a freemakers@gmail.com così Olga segnerà la copia come spedita. Se non vuoi essere ringraziato pubblicamente per la tua generosità, diccelo e ti terremo anonimo, altrimenti sarai ringraziata sulla pagina delle donazioni.

Vai a http://craphound.com/makers/donate per insegnanti, bibliotecari ed altre persone simili che cercano donazioni.

Fonte: http://nutopia2sergiofalcone.blogspot.com/2009/11/cory-doctorow-makers.html

23 dicembre 2009

Content: Selezione di saggi sulla tecnologia, la creatività, il copyright

Filed under: Ebook — yanfry @ 23:27
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Content è la prima collezione di scritti di Cory Doctorow: dai discorsi più irriverenti tenuti in varie conferenze – a partire da quello alla Microsoft, cui chiede di smettere di trattare i propri clienti come criminali applicando assurdi DRM – ad articoli per Forbes, Locus, InformationWeek e The Guardian sul copyright, sui libri digitali e sul rapporto tra conoscenza e nuove tecnologie.

Un concentrato di idee, spunti e riflessioni su cosa siamo abituati a considerare “contenuto” e sul ruolo della tecnologia e del diritto d’autore riguardo alla diffusione delle informazioni.

Indice

  • Introduzione per Content
  • Discorso al gruppo di ricerca Microsoft sui DRM
  • La fabbrica di wurstel del DRM
  • I giochi dell’Happy Meal contro il copyright
  • Perché Hollywood gira un sequel delle guerre di Napster?
  • Voi adorate leggere dallo schermo del computer
  • Come proteggete gli artisti?
  • È l’Information Economy, stupido
  • I download fanno male ad Amazon
  • Qual è il diritto più importante dei creatori?
  • Distribuire gratuitamente ebook
  • I libri di fantascienza sono gli unici a venire rubati su Internet
  • In che modo il copyright ha fallito
  • Elogio della fanfic
  • Metaschifezze
  • Amish pro QWERTY
  • Ebook: ovvero né E né book
  • Ebook gratuiti ed economici
  • L’apocalisse progressista e gli altri diletti futuristi
  • Quando la Singolarità è più di uno strumento letterario
  • Wikipedia
  • Warhol si rivolta nella tomba
  • Il futuro dell’ignorare
  • Facebook perde la faccia
  • Il futuro del sistema immunitario di Internet
  • Tutti gli ecosistemi complessi hanno dei parassiti
  • LEGGETE ATTENTAMENTE
  • World of Democracycraft
  • Città di spie
  • L’autore
  • John Perry Barlow

Cory Doctorow

Romanziere vincitore di alcuni premi letterari, un attivista, un blogger, e un giornalista: Cory Doctorow è il co-redattore di Boing Boing, uno dei blog più popolari del mondo, e ha collaborato con il New York Times Sunady Magazine, The Economist, Forbes, Popular Science, Wired, Make, InformationWeek, Locus, Salon, Radar e molte altre riviste, quotidiani, e siti Web. Doctorow è stato Direttore Europeo della Electronic Frontier Foundation e ha preso parte a molte stipulazioni di contratti, alla produzione di norme via legislativa, e a battaglie normative e legali in tutti i paesi del mondo. Nel 2006/2007, inaugurò la Fulbright Chair in Diplomazia Pubblica all’Annenberg Center dell’Università della California del Sud. Nel 2007, è stato anche definito come uno dei “giovani leader globali” del forum del mondo economico e uno tra le prime 25 “Web Celebrities” della rivista Forbes. Nato a Toronto, in Canada, nel 1971, si è ritirato quattro volte dall’università. Ora vive a Londra, in Inghilterra, con la moglie e la figlia piccola, dove fa del suo meglio per eludere le onnipresenti telecamere di sorveglianza mentre gira per il mondo, parlando di copyright, di libertà e di futuro.

John Perry Barlow

Co-fondatore (e l’attuale co-presidente) della Electronic Frontier Foundation, è stato il primo ad applicare il termine “cyberspazio” al “luogo” che ora descrive. Barlow ha scritto per molte e disparate pubblicazioni, incluse Mondo 2000, il New York Times, Utne Reader, e per il Time. Ha avuto un ruolo importante nella rivista online Wired sin dalla sua fondazione. Il suo articolo sul futuro del copyright “The Economy of Ideas”, è studiato in molte facoltà di legge e la sua “Declaration of the Indipendence of Cyberspace” è pubblicata su diversi siti Web. Nel 1997 Barlow era un ricercatore all’istituto di politica di Harvard e dal 1998 è stato un ricercatore del Berkman Center per la facoltà di legge di Harvard. Lavora attivamente con diversi gruppi di consulenza, inclusi il Diamond Technology Partners, Vanguard e Global Business Network. Scrive, parla e fornisce consulenze su un’ampia varietà di materie, in particolare sull’economia digitale. Barlow vive nel Wyoming, a New York, a San Francisco, per la strada e nel cyber-spazio.

Fonte: http://www.apogeonline.com/libri/9788850310852/scheda

15 dicembre 2009

Cory heart (Wittgenstein)

Cory Doctorow è a Milano per “Meet the media guru”, una serie di incontri con i protagonisti del mondo digitale e di internet. Doctorow è il fondatore di uno dei blog più seguiti del mondo – si chiama Boing Boing – e uno scrittore e giornalista, molto impegnato sul fronte della revisione del rapporto col diritto d’autore. I suoi libri vengono pubblicati con licenze chiamate “Creative Commons”, per cui chiunque può riprodurli e usarli gratuitamente se non a scopo di lucro.
“Che le cose non possono più seguire le regole di un tempo lo stanno capendo anche nelle grandi corporations: alla Disney e in alcune case discografiche di recente ho sentito persone con un nuovo atteggiamento sul copyright. Ma aggiornare gli atteggiamenti consolidati richiede un po’ di tempo. Io faccio spesso l’esempio dell’Inghilterra vittoriana in cui era proibito masturbarsi, per legge. Era un reato: eppure le persone lo facevano, e a un certo punto la società e le regole ne hanno preso atto. Lo stesso sta avvenendo rispetto ai download che vengono considerati violazioni del diritto d’autore”.
Pensi che il download di musica e film protetti da copyright non debba essere perseguito, malgrado sia reato, o che non debba più essere reato?
“Io credo che la strategia minacciosa e poliziesca nei confronti dei ragazzi e dei fans si sia dimostrata perdente anche per i suoi stessi sostenitori. E credo che debba essere chiaro che questi comportamenti non sono dannosi: perché l’accesso universale ai contenuti è una ricchezza e ci migliora, e perché consente nuove forme di sussistenza delle opere creative”.

Ovvero quali?
“Ci sono molte possibilità, e alcune già attive. Le grandi corporations che gestiscono i prodotti dell’ingegno devono cominciare a far pagare meno l’accesso, e a far pagare dei forfait o degli abbonamenti cumulativi, piuttosto che per i singoli prodotti. C’è un mercato molto più grande, adesso. E il passaparola lo aiuta ulteriormente”.
E credi che il business potrà tornare a essere quello di prima della rivoluzione?
“No, nel senso che non ci saranno più pochi grandi che otterranno guadagni enormi, come avveniva per la musica. Ma sarà lo stesso un business, un altro tipo di business, con guadagni più distribuiti e meno spese di intermediazione”
E cosa pensi invece della crisi dei grandi giornali di carta?
“Che alle persone interessa poco cosa succede ai grandi editori: alle persone interessa il giornalismo, non i giornali. Anche gli agenti di viaggio stanno scomparendo, ma non smetteremo di viaggiare. Il buon giornalismo sta trovando altri modi di espressione”.

Altre cose che mi ha detto Cory Doctorow che non sono state nelle lunghezze della Gazzetta:
“Per le news la questione è diversa, e la discussione sul diritto d’autore non c’entra. I fatti non hanno copyright”
“Il New York Times ha cambiato modalità d’accesso troppe volte: a un certo punto l’archivio non era più accessibile gratis, e i blog non lo linkavano più, e hanno cominciato a riferirsi ad altre fonti di news, come la BBC. Con meno links in circolazione, il New York Times è sceso nei risultati di Google. Hanno perso un treno”
“I social network per me sono importanti perché il passaparola aiuta i libri e anche i miei libri. Ma i social network incasinano la corteccia cerebrale. Facebook è la pornografia del sociale. Si nutre di se stesso e di quantità, più che di qualità. Queste cose perdono di senso quando il tuo boss che non sopporti ti chiede di essere tuo amico. E no, non è una buona cosa essere amici di tutti: ci sono anche brutte persone, in giro. Un conto è essere amichevoli, un conto essere amici. Bisogna essere amichevoli e gentili con tutti, ma amici no”.
“Chiudere i gruppi a favore della mafia? Perché, è un reato uscire per strada e dire “mi piace la mafia”? Dici sul serio che da voi è un reato dire “hanno fatto bene ad ammazzare quello”? La risposta alle pessime opinioni è più libertà di opinione, non meno”

Fonte:  http://www.wittgenstein.it/2009/03/08/cory-heart/

Meet The Media Guru, intervista a Cory Doctorow: Obama, Creative Commons e controllo di stato

Ieri ve lo abbiamo anticipato e oggi pubblichiamo l’intervista a Cory Doctorow che stasera alle 19 (6.3.2009, ndr) sarà a Milano presso la Mediateca Santa Teresa ospite di Meet the Media Guru.

Abbiamo incontrato Cory, co-autore di BoingBoing, in arrivo da Londra, dove vive insieme alla moglie Alice Taylor e alla figlia Poesy Emmeline Fibonacci Nautilus Taylor Doctorow.

Lo vedrete: è un blogger sui generis, dotato di originalità e straordinaria capacità di argomentazione. Non aspettatevi un’intervista convenzionale, nessun luogo comune. Abbiamo parlato di politica 2.0 e della vera innovazione portata da Obama (che non consiste, a sorpresa, nell’uso di Twitter o Facebook in campagna elettorale); dello stato dell’arte e dei modelli di business da sviluppare nell’era dei social network, a favore dei Creative Commons e in aperta critica con i DRM.

E poi la privacy e il controllo della Rete: quali sono i paradossi della tutela della protezione dei dati personali che lo Stato vuole imporci, senza peraltro garantire l’obiettivo di sicurezza che giustifica le telecamere a ogni angolo della strada o la censura sul Web?

Se volete a different point of view, guardate la video intervista (eng). Sotto trovate una libera traduzione in italiano della prima parte.

Obama e l’innovazione politica.

Il vero cambiamento che ha portato non consiste nell’uso di Twitter o dei social network, ma nella creazione del sistema di machine-readable data voluto dal governo con i feed rss in modo che i disegni di legge e il monitoraggio della spesa pubblica possano essere mostrati agli elettori.

Sembrerà ironico, ma credo che l’Europa sia più avanzata da questo punto di vista. Non parlo dell’Unione, ma dei singoli governi, tra cui l’Inghilterra dove gli hackers hanno prelevato le poche informazioni che il governo ha messo a disposizione e le rese machine readable, senza chiedere permesso. Possiamo dire che gli hacker lavorino per noi.

Stato e copyright.

In America la legge stabilisce che nulla di ciò che viene emanato dal governo è soggetto a diritto d’autore, perché appartiene ai cittadini, è fatto per loro. In Europa invece esiste il copyright parlamentare, per cui il materiale appartiene al governo incluse cartine geografiche, statistiche pubbliche e altre informazioni che sono di proprietà dello stato.

Sarebbe bello se i parlamentari europei fossero più tecnologici, Ma i deputati inglesi, ad esempio, o i parlamentari europei sono spesso burocrati tra i burocrati. E’ ovvio che i più anziani siano più resistenti alla tecnologia. Ad esempio, non ci sono certo giovani deputati tecnologici a Bruxelles…

Sui politici di oggi e il loro rapporto con gli elettori.

C’è una cattiva abitudine tra i politici. Quando tanti dei loro elettori esprimono un’opinione comune su uno stesso argomento non prestano loro molta attenzione. E pensano: 10.000 persone mi hanno scritto dicendomi tutte che non dovrei votare per quel disegno di legge. Visto che tutti mi hanno scritto nello stesso linguaggio, li considero come una persona sola. Penso che sia sbagliato. Penso che i politici se si sentono sopraffatti dal rapporto con gli elettori che li stanno bombardando con troppi fax, email e telefonate dovrebbero costruire un sistema che ci consenta di comunicare con loro in modo reale. Non dovrebbero dire “comunichiamo troppo con i nostri elettori”. Se hanno problemi a gestire le mail, che includano nel loro staff qualcuno che insegni loro a organizzarle in base all’oggetto e al mittente. E se fossero bene organizzati, potrebbero fare da ponte tra gli elettori.

Sul successo di BoingBoing:

Siamo arrivati prima di altri e usiamo molti link. Più linki e più sarai linkato. Poi scriviamo bene, abbiamo buon gusto, siamo molto severi e diligenti nella struttura dei titoli per ottenere un’ottima indicizzazione da parte dei motori di ricerca (es. evitiamo gli articoli all’inizio del titolo. Un titolo come “A funny thing” può funzionare su un giornale cartaceo, ma non sul Web perchè quando cerchi info sul politico locale, ecc. un titolo simile non ha nessun senso semantico).

Inoltre abbiamo stabilito che i lettori devono leggere come vogliono Boing Boing, aldilà dell’interesse economico. Innanzitutto, abbiamo preso tutti i post e li abbiamo messi in rss. Molti altri siti invece sono preoccupati con gli rss perché in questo modo i lettori non visitano la pagina e ne soffre la raccolta pubblicitaria.

Ma se le persone vogliono leggerci con i feed, non è affar nostro dire che stanno sbagliando. Li lasciamo leggere, e vedremo dopo come guadagnarci qualcosa; in e in questo modo accresce la nostra popolarità. Se non otterrò pubblicità perché leggono i feed rss, allora la avrò grazie ai link che mi portano altri 10 lettori. E se non succede, almeno sono stato onesto.

Fonte: http://hightech.blogosfere.it/2009/03/meet-the-media-guru-intervista-a-cory-doctorow-obama-creative-commons-e-controllo-di-stato.html

14 dicembre 2009

Cory Doctorow: Giù le mani dalla città digitale

Filed under: Interviste — yanfry @ 11:15
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Intervista-ritratto al padre di BoingBoing, che la prossima settimana (marzo 2009, ndr) sarà in Italia per Meet The Media Guru. Contro i neo-vittoriani che predicano il puritanesimo del copyright nella metropoli dei bit.

Cory Doctorow OpenCola è una bibita unica nel suo genere: la ricetta è liberamente reperibile e modificabile. Chiunque può prepararla e migliorarla a patto di distribuire unitamente al prodotto modificato, la nuova ricetta. OpenCola è una evidente provocazione, un paradossale travestissment, una metafora per illustrare il modello di sviluppo del software open source. Nella fattispecie la Coca “aperta” è stata inventata per promuovere l’omonimo software p2p a codice aperto e rappresenta bene lo spirito di uno dei suoi ideatori, Cory Doctorow, scrittore di fantascienza, blogger, commentatore per prestigiose testate (da Wired a The Guardian) attivista politico che lotta alla frontiera della città digitale in cui bene o male, e spesso poco consapevolmente, viviamo tutti da qualche anno. E conduce la sua battaglia nel nome della condivisione del sapere e della difesa del progresso tecnologico ostacolato dall’avidità miope di certa industria. Apprezzato da Forbes, bibbia del capitalismo, che recentemente lo ha iscritto per l’ennesima volta tra le 25 personalità dl web (coloro che hanno saputo trasformare la propria passione in un impero mediatico), come dagli studenti dei college dove tiene corsi e conferenze (lui, mai laureato) sulla libertà digitale.

Cory parla a una velocità folle, riesce a infervorarsi su tutto e spesso cambia interessi e attività senza abbandonarne nessuno, semplicemente sovrapponendoli. I codici di programmazione hanno lasciato spazio a quelli legali quando, parlando con un avvocato in uno dei suoi frequenti viaggi aerei, realizzò che il sistema a tutela del diritto d’autore era andato in frantumi. «La conversione a trentamila piedi di altitudine», la chiama. Decise quindi di contribuire alla presa di coscienza collettiva che i formati di compressione digitale e internet avevano cambiato per sempre lo scenario dei contenuti d’autore e divenne presto responsabile europeo – lui canadese – della Electronic Frontier Foundation, ong che tutela i diritti dei cittadini della rete. Condivide in materia di copyright le stesse idee (no a lucchetti elettronici, durata ragionevole della protezione, libertà di condivisione) di altri illustri pensatori della Eff come Ed Felten, Lawrence Lessig e Siva Vaidhyanathan, ma le esprime in modo meno accademico. «La faccenda del peer-to-peer e della condivisione dei file – racconta a il manifesto – mi ricorda l’epoca vittoriana: allora la masturbazione era fuori legge. Un’azione compiuta dalla stragrande maggioranza delle persone veniva dichiarata illegale. La situazione è la stessa. Basta sostituire il piacere autoindotto con il file sharing». La sua idea di copyright è chiara: «Dovrebbe essere possibile scaricare un contenuto digitale a patto che non ci si lucri sopra. Se le case discografiche avessero semplicemente chiesto agli utenti di Napster di pagare una quota da ripartire tra gli artisti oggi avrebbero le tasche piene di soldi».

La coerenza tra parole e fatti è presto verificata, visto che Doctorow è anche uno scrittore: «Ho imparato a scrivere a macchina prima di sapere usare la penna, e credo che il mio modo di pensare sia strettamente connaturato alla tastiera qwerty». Pubblicò il suo primo racconto (il leggendario editore di fantascienza Tor, 2002) adottando, per primo, una licenza Creative Commons (CC) che permette di usare liberamente il testo senza sfruttarlo commercialmente. Ne mise in rete una versione gratuita e Down and Out in the Magic Kingdom fu molto letto e discusso. «Per un giovane scrittore è più semplice utilizzare le CC ma il principio è valido per tutti. Il problema, nell’attuale affollamento informativo, è raggiungere i lettori e non proteggerci da loro. Distribuendo gratis online il mio racconto ho moltiplicato il bacino di utenza». E’ il principio del dente di leone che si propaga ovunque. Con conseguente successo della stessa edizione cartacea. Per il volume successivo ha deciso di liberare anche il diritto di traduzione. Perché non già dal primo? «Quando fai un esperimento devi introdurre una variabile per volta. Volevo innanzitutto capire il valore dei fondamenti delle CC, poi, visti i buoni risultati ho inserito anche la possibilità di farne opere derivate. Grazie a questa clausola oggi i miei racconti sono tradotti in molte lingue, molte di più che se l’avessi blindata col copyright».

La maggior parte delle parole che digita sul suo portatile sono destinate non alla carta ma al suo (e di altri 4 autori) blog, Boing Boing, da sempre uno dei più visitati e influenti del web. Una collezione di mirabilia (“a directory of wonderful things”, recita il sottotitolo) con i post che variano da manifesti sulla libertà digitale a foto di curiosi oggetti fino a commenti di articoli sulle politiche di internet.

Un’anarchica bacheca di segnalazioni la cui unica trama è la personalità e l’estro momentaneo degli autori. «Non ci parliamo quasi mai prima di pubblicare un post, capiterà cinque volte all’anno. Ognuno pubblica quello che vuole». Un po’ di tempio fa ha massacrato il fenomeno dei social network, ironizzando sulla “chiusura” di molti servizi e sulla congenita natura transitoria di Facebook e simili. La piattaforma resiste fintanto che il tuo detestato ex-collega ti rintraccia; più si allarga più probabilità ci sono che ciò accada. A quel punto non ti resta che fuggire. La sua visione del futuro dei media è quella di una metamorfosi in cui tutto si contagia e muta ma in modi diversi. Come musica, libri e giornali anche per il futuro dei blog vale la stessa legge: «Alcune forme spariranno soppiantate da nuovi media, altri prolifereranno, tutto viene fagocitato e poi rigurgitato in forme nuove».

Recentemente si è scagliato contro il piano del governo inglese per lo sviluppo di internet che prevede: lucchetti elettronici per i contenuti (Drm) e controllo da parte dei fornitori di connettività (Isp) su quel che passa dentro le loro reti. Tutto sbagliato secondo Doctorow, così si chiude internet. «Si consegna il web nelle mani incartapecorite dell’industria delle telecomunicazioni; qualsiasi tipo di filtro dei dati è fallace, sia esso elettronico o umano. I Drm non hanno mai funzionato. E’ tecnologicamente impossibile lasciarmi andare a casa con un film e impedirmi di duplicarlo sul pc. I computer copiano, e anche le parti del computer possono essere copiate. Così stanno le cose. Fine della storia». Magari, Cory.
Articolo pubblicato su Chips&Salsa-Il Manifesto del 28 Febbraio 2009

Sabato 28 febbraio 2009

Gabriele De Palma

Fonte: http://visionpost.it/dlife/cory-doctorow-giu-le-mani-dalla-citta-digitale.htm

Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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