Cory Doctorow in Italiano

24 dicembre 2009

Distribuire gratuitamente ebook

Filed under: Ebook — yanfry @ 12:44
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Originariamente pubblicato su Forbes, dicembre 2006 – Cory Doctorow

Da quando è uscito il mio primo romanzo, ho sempre distribuito gratuitamente i miei libri e, accidenti, ho sempre guadagnato un sacco di soldi.
Quando Down and Out in the Magic Kingdom (il mio primo romanzo, appunto), è stato pubblicato dalla Tor Books nel gennaio del 2003, ho anche messo su Internet l’intero testo elettronico sotto una licenza Creative Commons che ha incoraggiato i miei lettori a copiarlo in lungo e il largo. In un solo giorno ci sono stati 30.000 download dal mio sito (e coloro che lo scaricavano erano liberi di farne delle copie).
Tre anni e sei ristampe più tardi, più di 700.000 copie del mio libro sono state scaricate dal mio sito. Il libro è stato tradotto in talmente tante lingue che non riesco più a tenerne traccia, i concetti chiave sono stati adottati per progetti di software, e ci sono due diversi adattamenti audio realizzati da fan online.

Non tutte le persone che scaricano il libro poi lo comprano, ma non lo avrebbero comprato in ogni caso, quindi non ho perso alcuna vendita, ho solo guadagnato un po’ di pubblico.
Una piccola minoranza di coloro che ne hanno scaricato una copia, considera l’ebook come un sostituto del libro stampato: queste sono vendite mancate.
Ma una più larga minoranza considera l’ebook come un incentivo per comprare il libro stampato. Queste sono vendite acquisite. Fino a quando le vendite acquisite superano quelle perse, sono ancora in gioco. Dopotutto, distribuire quasi un milione di copie del mio libro non mi è costato niente.

Il fatto è che un ebook è un oggetto sociale. La copia passa da un amico all’altro, splende dallo schermo di un palmare, incollato su una mailing list. Può essere convertito in una simpatica firma in calce a un’e-mail. È così fluido e immateriale che si può diffondere per la durata della vostra vita. Niente fa vendere i libri quanto una raccomandazione personale: quando lavoravo in una libreria, le parole più dolci che potessi sentire erano “Il mio amico mi ha detto di scegliere…” L’amico aveva venduto il libro al mio posto, dovevo solo renderlo effettivo. In un’epoca di amicizie on-line, gli ebook trionfano sugli alberi morti grazie al passaparola.

Ci sono due cose che gli scrittori mi chiedono su questo argomento: in primo luogo, vendi più libri? E in secondo luogo: come hai convinto il tuo editore a intraprendere questo progetto folle?
Non c’è alcun modo empirico per provare che regalando ebook si vendano più libri, ma io l’ho fatto con tre romanzi e una raccolta di brevi racconti (e continuerò a farlo con altri due romanzi e un’altra raccolta l’anno prossimo), e le vendite dei miei libri hanno sempre superato le aspettative del mio editore. Rapportando le vendite dei miei libri ai numeri forniti dai colleghi si nota che i miei vanno un po’ meglio di altri titoli di scrittori simili, a uno stadio simile delle loro carriera. Ma non si può averne la certezza senza tornare indietro nel tempo per realizzare nuovamente gli stessi libri nelle stesse circostanze ma senza il progetto dell’ebook gratuito.
Ciò che è sicuro è che ogni scrittore che ha tentato di distribuire ebook gratuitamente per vendere libri ne è stato contento ed è pronto a ripetere l’esperienza.

Come ho convinto Tor Books a farlo? La Tor non è un’ardita, arrogante compagnia online. È la più grossa casa editrice di romanzi di fantascienza nel mondo, ed è una divisione del colosso dell’editoria tedesca Holtzbrinck. Non sono informatici hippy che profumano di patchouli convinti che l’informazione debba essere libera. Sono, piuttosto, astuti ispettori del mondo dei romanzi fantascientifici, forse il più sociale tra i generi letterari. La fantascienza è guidata da un organizzato mondo di appassionati, volontari che allestiscono centinaia di convention letterarie in ogni angolo del globo, ogni weekend dell’anno. Questi intrepidi promotori trattano i libri come marchi di identità e come artefatti culturali di grande importanza. Evangelizzano i libri che amano, creano una subcultura attorno a essi, li citano in discussioni politiche, a volte riadattano persino le loro vite e i loro lavori attorno a essi.

Ancora, i primi seguaci del romanzo fantascientifico definirono il carattere sociale di Internet. Data l’alta presenza di appassionati di fantascienza tra coloro che sono impiegati nel settore tecnico, era evidente che la prima discussione non tecnica su Internet sarebbe stata su questo genere. Le norme online di chiacchiericcio, di organizzazione degli appassionati di fantascienza, di editoria, e per il tempo libero derivarono dal mondo degli appassionati di fantascienza, e se ogni letteratura ha un suo spazio naturale nel cyberspazio, è il romanzo fantascientifico stesso che ha coniato il termine “cyberspazio”.
Difatti, il romanzo di fantascienza è stato la prima forma di letteratura online selvaggiamente piratato attraverso canali “bookwarez” che contenevano libri scansionati a mano, una pagina alla volta, convertiti in testi digitali e corretti. Anche oggi, il genere letterario più piratato è quello fantascientifico.
Niente può rendermi più ottimista per il futuro. Come l’editore Tim O’Reilly ha scritto nel suo determinante saggio “Piracy is Progressive Taxation”, “essere abbastanza famosi da essere piratati è il coronamento del successo”[15]. In futuro punterei su una letteratura che interessi alla gente tanto che tenda a “rubarla” piuttosto che dedicarmi a un genere che non ha uno spazio sul mezzo di informazione che domina il nostro secolo.

Cosa dire del futuro? Molti scrittori hanno paura che i libri elettronici sostituiranno facilmente quelli stampati, a causa del cambiamento dei lettori e dello sviluppo della tecnologia. Sono scettico a riguardo: il codex come formato è durato per secoli come semplice ed elegante risposta all’invito della stampa, benché fosse per una parte della popolazione relativamente esigua. Molte persone non sono e non saranno mai lettori, ma quelli che sono lettori lo saranno per sempre, e sono amanti del cartaceo.
Ma diciamolo, accadrà che i libri elettronici saranno desiderati da tutti.
Non credo sia pratico far pagare per delle copie di un’opera elettronica. I bit saranno sempre più facili da copiare. Quindi dovremo inventarci qualcos’altro da far pagare. Questo non significa che non si debba pagare per un bit copiabile, ma sicuramente non si può più obbligare un lettore a pagare per ottenere l’accesso alle informazioni.

Questa non è la prima volta in cui imprenditori creativi hanno affrontato questa transizione. Gli interpreti del teatro Vaudeville hanno dovuto affrontare il brusco cambiamento portato dalla radio, dall’avere il perfetto controllo su chi poteva ascoltare una rappresentazione (se non compravano il biglietto, li buttavano fuori) a non controllare più nessuno (ogni famiglia il cui membro dodicenne era in grado di costruire una radio, l’equivalente dell’epoca dell’installazione di un programma di file-sharing, poteva sintonizzarsi). Esistevano modelli di business per la radio, ma prevederli a priori non era facile. Chi avrebbe potuto prevedere che la grande fortuna della radio sarebbe passata attraverso una Blanket License[16], la protezione di un decreto del Congresso, una collecting society, e l’invenzione di una nuova forma di statistica matematica per trovarne le frequenze?

Predire il futuro dell’editoria – se cambierà il vento e i libri stampati diventeranno obsoleti – è altrettanto difficile. Non so come gli scrittori si guadagneranno da vivere in tale mondo, ma so per certo che non lo scoprirò voltando le spalle a Internet. Facendo parte dell’editoria elettronica, guardando cosa centinaia di migliaia di miei lettori fanno con il mio ebook, ho una maggiore consapevolezza di mercato di quanta ne potessi ottenere con qualsiasi altro mezzo. La stessa cosa si può dire per il mio editore. Sono seriamente convinto che continuerò a lavorare come scrittore nell’immediato futuro e la Tor Books e la Holtzbrinck lo sono altrettanto. Dipendono dal futuro dell’editoria più di quanto non faccia io. Quindi quando mi sono avvicinato al mio editore con il progetto di distribuire gratuitamente libri per venderli, per loro, era una scelta scontata.

Credo sia un buon affare anche per me. Questa sorta di “ricerca di mercato” basata sulla distribuzione gratuita di ebook fa vende libri stampati. Inoltre, la grande diffusione dei miei libri mi apre nuove opportunità per guadagnarmi da vivere con attività connesse al mio lavoro di scrittore, come per esempio la cattedra Fulbright presso l’università della California del Sud ottenuta quest’anno, questo articolo super-pagato per Forbes, partecipazione a convegni e altre opportunità di insegnare, scrivere e rilasciare la licenza della mia opera per la traduzione e l’adattamento. L’instancabile opera di evangelizzazione da parte dei miei fan non fa vendere solo i miei libri, fa vendere anche me.

L’età dell’oro di centinaia di scrittori che vivevano solo di diritti d’autore, è una fesseria. Nel corso della storia, gli scrittori dipendevano da lavoretti, insegnamento, sovvenzioni, eredità, traduzioni, concessione di licenze e varie altre fonti per sbarcare il lunario. Internet non solo vende più libri per me, ma mi da anche più opportunità di guadagnarmi da vivere attraverso attività correlate alla scrittura.
Non c’è mai stato un momento in cui più persone hanno letto più opere di più autori. Internet è un universo letterario di parole scritte. Che cosa piacevole per gli scrittori.
[15] “Being well-enough known to be pirated [is] a crowning achievement.”
[16] La Blanket License viene rilasciata dalla ASCAP (American Society of Composers Authors and Publishers) e permette le esecuzioni pubbliche di tutto o parte del catalogo, dietro un pagamento annuale.

Fonte: http://www.librishop.it/aree/?p=260
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/

Perché Hollywood gira un sequel delle guerre, di Napster?

Filed under: Ebook — yanfry @ 12:37
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Originariamente pubblicato su InformationWeek, 14 agosto 2007 – Cory Doctorow

Hollywood ama i sequel: in genere questi sono una scommessa sicura, dimostrano che state portando avanti un affare che ha già avuto successo. Ma dovreste essere svitati per girare un sequel di un disastroso fiasco: come Le Avventure di Pluto Nash o Town & Country.
L’insuccesso disastroso di Pluto Nash è stato praticamente indolore se paragonato allo sfacelo di Napster. Il disastro è avvenuto sei anni fa, quando l’industria discografica riuscì a far chiudere il servizio pionieristico di condivisione dei file, e ancora oggi non mostra segni di ripresa.

La cosa più disastrosa di Napster non è stata la sua esistenza, ma piuttosto la capacità dell’industria discografica di ucciderlo.

Il modello economico di Napster era compatibile con l’industria discografica: aumentava il capitale da investire, richiedeva una tariffa per l’accesso al servizio e poi pagava milioni di dollari alle etichette discografiche in cambio delle licenze delle loro opere. Certo, hanno mandato all’aria questo progetto senza il permesso delle etichette discografiche, ma non è poi così strano. Le case discografiche hanno fatto la stessa cosa un centinaio di anni fa, quando cominciarono a registrare gli spartiti musicali senza permesso, accrescendo il loro capitale, aumentando i loro profitti e, solo successivamente, stipulando un accordo per pagare i compositori delle opere con cui si erano arricchiti.

Il progetto Napster era plausibile. Avevano la tecnologia che è stata adottata più velocemente nella storia del mondo, conquistando 52.000.000 utenti in soli diciotto mesi – più di quanti avevano votato per il loro candidato nelle precedenti elezioni statunitensi! – e scoprendo, attraverso indagini, che una considerevole porzione di utenti avrebbe felicemente pagato dai 10 ai 15 dollari al mese per il servizio. Inoltre, Napster aveva un’architettura che includeva un gatekeeper che poteva essere usato per escludere gli utenti non paganti.

Le case discografiche si rifiutarono di trattare. Gli fecero causa e misero Napster in ginocchio. Bertelsmann ha acquistato Napster salvandolo dalla conseguente bancarotta, un esempio che è stato seguito da altri colossi della musica, come la Universal, che uccise MP3.com in tribunale, per poi portarsi a casa il cadavere a basso costo, usandolo come progetto interno.
Dopo questo, le case discografiche si presero un giorno libero: praticamente ogni compagnia fondata sul P2P affondò, e milioni di dollari vennero incanalati dalle aziende tecnologiche di Sand Hill Road con capitale da investire verso i membri della RIAA, utilizzando compagnie P2P e tribunali come conduttori.
Ma le case discografiche non erano in grado di sostituire questi servizi con alternative altrettanto interessanti. Misero in campo, invece, dei sostituti mediocri come PressPlay, con un catalogo limitato, prezzi elevati, e tecnologia anti-copyright (digital rights management o DRM) che infastidì milioni di utenti trattandoli come criminali invece che come clienti. Queste stupide imprese arrecarono un danno incalcolabile alle case discografiche e ai loro partner.

Basta guardare Sony: avrebbe potuto essere sopra al mucchio. Produce alcuni tra i migliori e meglio progettati oggetti di elettronica. Possiedono la più grande casa discografica del mondo. La sinergia sarebbe stata incredibile. I tecnici avrebbero progettato Walkman, l’ufficio addetto alla musica si sarebbe occupato dei cataloghi, e l’ufficio marketing li avrebbe venduti tutti.
Conoscete la barzelletta sull’Inferno europeo? Gli inglesi cucinano, i tedeschi sono gli amanti, gli italiani sono i poliziotti e i francesi stanno al governo. Nella Sony sembra che l’ufficio addetto alla musica stia progettando Walkman, l’ufficio marketing stia facendo i cataloghi e i tecnici dirigano le vendite. I lettori portatili della Sony – MusicClip e altri – erano così danneggiati dalla tecnologia anti-copia che non potevano neanche riprodurre gli MP3, e la selezione musicale dei servizi della Sony come PressPlay era anemica, costosa, e altrettanto impedita. Sony non è neanche più un nome importante nel mercato dei lettori portatili: il Walkman oggi si chiama iPod.

Naturalmente la Sony ha ancora la sua casa discografica, per ora. Ma le vendite sono in calo, sta vacillando a causa del disastroso “rootkit”[13] del 2005, che ha deliberatamente infettato otto milioni di CD musicali, compromettendo più di 500,000 reti di computer statunitensi, comprese quelle militari e governative, tutto per un tentativo (fallito) di fermare la copia dei suoi CD.
Gli utenti non erano disposti ad aspettare che la Sony e gli altri si svegliassero e offrissero loro un servizio che fosse così interessante, frizzante, e versatile come lo era Napster. Invece, si spostarono verso una nuova generazione di servizi come Kazaa e le varie reti Gnutella. Il modello di business di Kazaa era di stabilirsi oltre mare, sulla piccola isola polinesiana di Vanuatu, ed evitare intrusioni nei suoi sistemi con i suoi software, tenendo i suoi profitti fuori dalla portata di spyware truffatori. Kazaa non voleva pagare milioni di dollari per ottenere le licenze dalle case discografiche: utilizzarono il sistema legale e finanziario internazionale per confondere completamente i membri delle RIAA attraverso un quinquennio di folli profitti. La compagnia era praticamente al tappeto, ma i fondatori se ne andarono e crearono Skype e, successivamente, Joost.

Nel frattempo, dozzine di altri servizi sono nati con lo scopo di riempire il vuoto lasciato da Kazaa: AllofMP3, il noto sito russo, venne infine ucciso dall’intervento dell’Organizzazione del Commercio degli Stati Uniti e dal WTO, per rinascere il giorno dopo con un altro nome.
Sono trascorsi otto anni da quando Sean Finning ha creato Napster nella sua stanza del dormitorio al college. Otto anni dopo non esiste ancora un solo distributore autorizzato di musica che possa competere con l’originale Napster. Le vendite delle case discografiche sono in calo e le vendite di musica digitale non bastano a riempire il cratere. L’industria musicale si è ridotta ad appena quattro compagnie, e presto resteranno in tre se la EMI ottiene il regolare permesso di tirare i remi in barca.

Il film querelali-tutti-e-lascia-che-sia-Dio-ad-occuparsi-di-loro è stato un fallimento al botteghino, al videonoleggio e oltre mare. Allora per quale ragione Hollywood ne sta girando un remake?
YouTube, nel 2007 ha affrontato alcune situazioni simili a quelle capitate a Napster nel 2001. Fondato da una coppia di ragazzi in un garage, raggiunse un mirabile successo, pesantemente capitalizzato da ingenti guadagni. Il suo modello di business? Trasformare la popolarità in dollari e offrirne una parte agli aventi diritto di cui utilizzano i lavori. Si tratta di un piano storicamente solido: gli operatori del via cavo si sono arricchiti ritrasmettendo programmi senza permesso, e una volta ottenuto il successo commerciale, hanno negoziato per pagare questi copyright (esattamente come le case discografiche hanno negoziato con i compositori dopo che si erano arricchite vendendo album contenenti quelle composizioni).

YouTube ‘07 ha un’altra cosa in comune con Napster ‘01: le multinazionali dell’intrattenimento l’hanno citato in giudizio.
Solo che, in questo caso non sono scese in campo (solo) le case discografiche. Emittenti, case cinematografiche, e gente comune che crea file audio e video si stanno facendo avanti. Di recente ho incontrato un impiegato della NBC che mi ha raccontato che, secondo lui, una severa e punitiva sentenza legale avrebbe mandato all’industria tecnologica il messaggio di non fornire più questo tipo di servizi.
Speriamo si sbagli. Google – il proprietario di YouTube – è una compagnia adulta, insolita nell’industria tecnologica, solitamente popolata da aziende create da adolescenti. Hanno parecchi soldi e un serio interesse nel mantenerli. Vogliono dialogare con i detentori dei diritti dei file audio e video per arrivare a un accordo. Sei anni dopo la sentenza Napster, questo tipo di volontà è di poco aiuto.

La maggior parte delle “compagnie” tecnologiche interessate a commercializzare materiale audio e video preso da Internet non hanno alcun interesse nel dialogare con le case cinematografiche. Non sono né confusi progetti open source (come mythtv, un iper-TiVo gratuito che è in grado di omettere la pubblicità, scaricare e condividere video, ed è aperto a chiunque voglia modificarlo e migliorarlo), né anarchici politicamente motivati (come ThePirateBay, un sito svedese con un server Bit-Torrent tracker con mirror in tre paesi con sistemi legali non-interoperabili, da dove rispondono con avvisi legali con lettere sarcastiche e blasfeme che in seguito pubblicano online), o veri e propri criminali come i venditori di merce contraffatta che usano il P2P per diffondere i loro DVD contraffatti.

Non si tratta solo di YouTube. TiVo, pioniere della registrazione video digitale privata, percepisce la stretta, finendo con l’essere tagliato fuori dal mercato del digitale sia via cavo che via satellite. I loro sforzi per aggiungere un servizio gestito TiVoToGo vennero attaccati dai detentori dei diritti che imposero al FCC di bloccarli. Gli addetti al via cavo/satellite e gli studios preferirebbero che gli utenti passassero al loro pacchetto PVR correlato al servizio TV.
I box sono di proprietà delle compagnie del via cavo/satellite che hanno l’assoluto controllo su questi dispositivi. La Time-Warner è famosa per aver cancellato a distanza episodi di spettacoli memorizzati subito prima dell’avvento del DVD, e molti operatori hanno cominciato a utilizzare “flags” che avvisavano le apparecchiature di non permettere l’utilizzo del comando avanti-veloce, o per prevenire la registrazione completa.

La ragione per cui YouTube e TiVo sono più popolari di ThePirateBay e mythtv è che i primi sono il metodo più veloce per gli utenti di ottenere ciò che vogliono: i video che vogliamo nel modo che vogliamo. Utilizziamo questi servizi in quanto sono simili a Napster: semplici, ben strutturati e funzionali.
Ma se l’industria dello spettacolo esclude queste apparecchiature, ThePirateBay e mythtv sono già pronti a sostituirle, pronti ad accoglierci a braccia aperte. ThePirateBay ha già annunciato che lancerà un concorrente per YouTube senza plug-in, da visualizzare tramite il browser stesso. Molti imprenditori stanno tentando di alleviare il dolore e cercando di creare il proprio box simile a quello di mythtv. L’unica ragione per cui esistono barriere alla diffusione di BitTorrent e mythtv è che per nessuno valeva la pena investire in questi progetti al fine di abbatterle. Ma una volta uccisi i concorrenti di questi servizi, state attenti.

La questione è semplice: gli utenti non vogliono usufruire di servizi con diritti limitati. Non vogliamo essere bloccati mentre utilizziamo dispositivi autorizzati nel modo corretto. Non lo abbiamo mai voluto: noi siamo i discendenti spirituali dei sostenitori degli album registrati “illegalmente” e della Tv via cavo “illegale”. Questo tipo di richiesta non scomparirà.
Non esiste nessuna scusa plausibile per lanciarsi nella produzione di un sequel delle guerre di Napster. Abbiamo visto quel film. Sappiamo come finisce. Ogni Natale, leggiamo articoli in cui si dice che questo è stato il Natale peggiore di sempre per la vendita di CD. Sapete una cosa? Le vendite dei CD non miglioreranno mai. I CD sono stati resi obsoleti dalla distribuzione di musica via Internet e l’industria discografica si è chiusa fuori con le sue mani dall’unico proficuo e popolare sistema di distribuzione di musica fin ora inventato.
Compagnie come Google/YouTube e TiVo sono rare: produttori di tecnologia che vogliono stipulare accordi. Devono essere trattate con i guanti dall’industria dello spettacolo, non processate.

(Grazie a Bruce Nash e The-Numbers.com la loro assistenza nelle ricerche per questo articolo.)
[13]Programma creato per avere il controllo completo sul sistema senza bisogno di autorizzazione da parte dell’utente o dell’amministratore [N.d.T.].

Fonte: http://www.librishop.it/aree/?p=260
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/

23 dicembre 2009

Content: Selezione di saggi sulla tecnologia, la creatività, il copyright

Filed under: Ebook — yanfry @ 23:27
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Content è la prima collezione di scritti di Cory Doctorow: dai discorsi più irriverenti tenuti in varie conferenze – a partire da quello alla Microsoft, cui chiede di smettere di trattare i propri clienti come criminali applicando assurdi DRM – ad articoli per Forbes, Locus, InformationWeek e The Guardian sul copyright, sui libri digitali e sul rapporto tra conoscenza e nuove tecnologie.

Un concentrato di idee, spunti e riflessioni su cosa siamo abituati a considerare “contenuto” e sul ruolo della tecnologia e del diritto d’autore riguardo alla diffusione delle informazioni.

Indice

  • Introduzione per Content
  • Discorso al gruppo di ricerca Microsoft sui DRM
  • La fabbrica di wurstel del DRM
  • I giochi dell’Happy Meal contro il copyright
  • Perché Hollywood gira un sequel delle guerre di Napster?
  • Voi adorate leggere dallo schermo del computer
  • Come proteggete gli artisti?
  • È l’Information Economy, stupido
  • I download fanno male ad Amazon
  • Qual è il diritto più importante dei creatori?
  • Distribuire gratuitamente ebook
  • I libri di fantascienza sono gli unici a venire rubati su Internet
  • In che modo il copyright ha fallito
  • Elogio della fanfic
  • Metaschifezze
  • Amish pro QWERTY
  • Ebook: ovvero né E né book
  • Ebook gratuiti ed economici
  • L’apocalisse progressista e gli altri diletti futuristi
  • Quando la Singolarità è più di uno strumento letterario
  • Wikipedia
  • Warhol si rivolta nella tomba
  • Il futuro dell’ignorare
  • Facebook perde la faccia
  • Il futuro del sistema immunitario di Internet
  • Tutti gli ecosistemi complessi hanno dei parassiti
  • LEGGETE ATTENTAMENTE
  • World of Democracycraft
  • Città di spie
  • L’autore
  • John Perry Barlow

Cory Doctorow

Romanziere vincitore di alcuni premi letterari, un attivista, un blogger, e un giornalista: Cory Doctorow è il co-redattore di Boing Boing, uno dei blog più popolari del mondo, e ha collaborato con il New York Times Sunady Magazine, The Economist, Forbes, Popular Science, Wired, Make, InformationWeek, Locus, Salon, Radar e molte altre riviste, quotidiani, e siti Web. Doctorow è stato Direttore Europeo della Electronic Frontier Foundation e ha preso parte a molte stipulazioni di contratti, alla produzione di norme via legislativa, e a battaglie normative e legali in tutti i paesi del mondo. Nel 2006/2007, inaugurò la Fulbright Chair in Diplomazia Pubblica all’Annenberg Center dell’Università della California del Sud. Nel 2007, è stato anche definito come uno dei “giovani leader globali” del forum del mondo economico e uno tra le prime 25 “Web Celebrities” della rivista Forbes. Nato a Toronto, in Canada, nel 1971, si è ritirato quattro volte dall’università. Ora vive a Londra, in Inghilterra, con la moglie e la figlia piccola, dove fa del suo meglio per eludere le onnipresenti telecamere di sorveglianza mentre gira per il mondo, parlando di copyright, di libertà e di futuro.

John Perry Barlow

Co-fondatore (e l’attuale co-presidente) della Electronic Frontier Foundation, è stato il primo ad applicare il termine “cyberspazio” al “luogo” che ora descrive. Barlow ha scritto per molte e disparate pubblicazioni, incluse Mondo 2000, il New York Times, Utne Reader, e per il Time. Ha avuto un ruolo importante nella rivista online Wired sin dalla sua fondazione. Il suo articolo sul futuro del copyright “The Economy of Ideas”, è studiato in molte facoltà di legge e la sua “Declaration of the Indipendence of Cyberspace” è pubblicata su diversi siti Web. Nel 1997 Barlow era un ricercatore all’istituto di politica di Harvard e dal 1998 è stato un ricercatore del Berkman Center per la facoltà di legge di Harvard. Lavora attivamente con diversi gruppi di consulenza, inclusi il Diamond Technology Partners, Vanguard e Global Business Network. Scrive, parla e fornisce consulenze su un’ampia varietà di materie, in particolare sull’economia digitale. Barlow vive nel Wyoming, a New York, a San Francisco, per la strada e nel cyber-spazio.

Fonte: http://www.apogeonline.com/libri/9788850310852/scheda

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