Cory Doctorow in Italiano

22 dicembre 2009

Printcrime: Crimini a Mezzo Stampa

Filed under: Racconti — yanfry @ 02:38
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Tradotto da ∞ — me@infinite-labs.net http://b3.s3.quickshareit.com/printcrime52dda.pdf

Titolo originale: “Printcrime” – http://craphound.com/?p=573

Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/

Printcrime: Crimini a Mezzo Stampa
di Cory Doctorow


Gli sbirri distrussero la stampatrice di mio padre quando avevo otto anni.
Ricordo l’odore che faceva, come di pellicola in un microonde, e insieme lo
sguardo di feroce concentrazione di Pa’ mentre la riempiva di gelatina
fresca, e la sensazione calda di “appena sfornato” degli oggetti che ne
uscivano.
Gli sbirri sfondarono la porta con i manganelli sguainati; uno di loro
recitava i termini del mandato con un megafono. Uno dei clienti di Pa’
l’aveva venduto. La ipolizia l’aveva pagato con farmaci da ricchi —
aumentatori di performance, supplementi mnemonici, booster di
metabolismo. Era il tipo di roba che da banco costava una fortuna; il tipo di
roba che ti potevi stampare in casa, se ti volevi prendere il rischio di
ritrovarti in cucina una folla improvvisa di grossi corpi nerboruti che
spaccano ogni persona o cosa gli si pari dinanzi agitando duri manganelli.
Distrussero la cassa della nonna, quella che si era portata dal vecchio paese.
Spaccarono il piccolo frigorifero e l’unità di purificazione vicino alla
finestra. Il mio uccellino scampò alla morte rintanandosi in un angolo della
gabbietta mentre un grosso piede ne aveva trasformato una buona parte in
un triste ammasso di filo di stampa, premendo con lo stivale.
Pa’. Cielo, che gli fecero. Quando aveva finito, sembrava avesse lottato con
un’intera squadra di rugby. Lo portarono fuori dalla porta e lasciarono che la
gentaglia dei giornali lo vedesse bene mentre lo sbattevano nell’auto. Un
portavoce intanto diceva al mondo come il contrabbando organizzato di Pa’
fosse responsabile per almeno venti milioni di danni e come Pa’, persona
maligna e disperata, avesse resistito all’arresto.
Lo vidi dal telefono, da quello che rimaneva del salotto, lo guardai dallo
schermo e mi chiesi come, come fosse possibile che qualcuno, guardando il
nostra piccola casetta e la nostro malandata terribile proprietà, potesse
scambiarla per la casa di un boss del crimine organizzato. Ci tolsero la
stampatrice, ovviamente, e la mostrarono alla gentaglia dei giornali come
un trofeo. Il suo altarino nel cucinotto divenne un orribile vuoto. Quando
mi ripresi e riordinai l’appartamento e salvai il mio povero cigolante
uccellino, misi in quel vuoto un frullatore. Era fatto
di parti stampate, per cui ci sarebbe voluto un
mesetto prima di dover ristampare nuovi ingranaggi e
altre parti in movimento. All’epoca, sapevo smontare
e riassemblare intatta qualsiasi cosa potesse essere
stampata.
Fu quando compii diciott’anni che loro furono pronti
a scarcerare Pa’. Lo avevo visitato tre volte — quando avevo compiuto dieci
anni, quando lui ne aveva compiuti cinquanta, e alla morte di Ma’. Erano
passati due anni da che l’avevo visto l’ultima volta, e non era in forma. Era
zoppo da una rissa che l’aveva coinvolto in prigione, e si guardava alle spalle
tanto spesso che sembrava un tic. Fui imbarazzata quando il minitaxi ci
lasciò davanti alla proprietà e cercai di tenere la mia distanza da quello
scheletro zoppicante, rovinato, mentre entravamo e salivamo le scale.
“Lanie”, disse facendomi sedere. “Sei una ragazza intelligente, lo so. Non sai
dove Pa’ possa trovare una stampatrice e della gelatina?”
Le mani mi si strinsero a pugno tanto forte che le unghie mi lasciarono segni.
Chiusi gli occhi. “Sei stato dieci anni in prigione, Pa’. Dieci. Anni. Vuoi
rischiarne altri dieci per frullatori e farmaci, per altri portatili e cappelli
firmati?”
Sorrise. “Non sono uno scemo, Lanie. Ho imparato la lezione. Non c’è
cappello o portatile per cui valga la pena di andare in prigione. Mai più, mai
più stamperò quella roba”. Aveva fatto del té, e lo beveva come del whisky,
un sorso e poi una lunga esalazione soddisfatta. Chiuse gli occhi e si lasciò
andare sulla sedia.
“Vieni un po’ qua, Lanie, te lo dico all’orecchio. Lascia che ti dica la cosa
che ho deciso di fare mentre ero dieci anni in gattabuia. Vieni, e ascolta il tuo
stupido Pa’.”
Mi sentii un po’ in colpa per averlo fatto arrabbiare. Era pazzo, era chiaro
ormai. Chissà che aveva passato in prigione. “Che cosa, Pa’?”, dissi
avvicinandomi.
“Lanie, voglio stampare altre stampatrici. Un sacco di altre stampatrici. Una
per ciascuno. Per questo sì che vale la pena andare in prigione. Per questo sì
che vale la pena fare qualsiasi cosa.”

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