Cory Doctorow in Italiano

1 settembre 2012

Cassandra Consiglia/ Paranoid Linux e il Piccolo Fratello

di M. Calamari – Una distro Linux blindata a favore della privacy. Per fare fronte a un mondo dominato dal terrore e domato dal tecnocontrollo

Cassandra Consiglia/ Paranoid Linux e il Piccolo FratelloRoma – In questo periodo di fine agosto, sia per chi è ancora con i piedi a mollo che per chi è già al pezzo, Cassandra voleva recensire una nuova ed interessante distribuzione di GNU/Linux: ParanoidLinux.

È una distribuzione live dotata di un completo set strumenti per la privacy che permettono connessioni sicure a web, IM e simili.
Si distingue da altre distribuzioni simili per l’utilizzo di “chaffing”, cioè di generazione di traffico Internet fittizio per mimetizzare quello reale, e di network mesh diretta per comunicare con altre installazioni di ParanoidLinux via wireless e condividere le connessioni ad Internet.

La si può scaricare gratuitamente da qui…, no, da qui…, ecco, da qui…, cioè… Cassandra ha voglia di scherzare. Non esiste (purtroppo) nessuna distribuzione GNU/Linux con questo nome, anche se l’oggetto di questo Consiglio ne ha quasi provocato la nascita.
Il meglio oggi disponibile si chiama TAILS e ne riparleremo presto.

Paranoid Linux è una delle invenzioni (o vogliamo dire estrapolazioni?) che compongono il romanzo di Cory Doctorow “Little Brother” pubblicato nel 2008, ed in edizione italiana nel 2009. Si tratta di un’avventura di sapore hacker-spionistico, strutturata come un juvenile, cioè un romanzo per ragazzi.

Intendiamoci, juvenile non vuol dire che il romanzo non sia godibile da adulti, al contrario. Uno dei maestri dei juvenile “per tutti” (come questo) è stato R. A. Heinlein, che nella sua produzione ne annovera diversi, da “Cadetto dello Spazio” a “Starman Jones”, fino a quello che gli è valso uno dei suoi Hugo, “Fanteria dello Spazio“.

“Little Brother” è un romanzo che lo stesso Doctorow racconta di aver scritto di getto in maniera quasi maniacale: questo lo accomuna ad altri romanzi più celebri, come “Lo strano caso del dott. Jekyll e Mr. Hyde” di R. L. Stevenson. È la storia di 4 ragazzi smanettoni che vivono in una San Francisco vittima di un nuovo undici settembre, ed è anche una esposizione quasi didattica di tecniche per la difesa della privacy.

Ma è anche una dimostrazione delle conseguenze possibili in un quadro legislativo distorto come quello del Patriot Act, di un clima di terrore artificialmente stimolato, ed in una situazione in cui la sospensione dei diritti civili venga accettata supinamente, o peggio ritenuta necessaria.

La descrizione dei camion bianchi che occupano San Francisco sarebbe piaciuta anche ad Orwell; quella degli interrogatori e della confusione del protagonista sembra a tratti scritta da lui.

Ed è soprattutto l’impostazione complessiva, libertaria e “politically correct” nell’accezione cassandresca, che lo rende una lettura non solo piacevole ma anche utile.

Il lieto (ma non completamente) fine rasserena per un attimo, ma chiuso il libro resta fresca in mente la sensazione che quanto letto sia vero nel senso meno rassicurante del termine. E Cassandra ritiene che sopratutto per questo il libro meriti la vostra attenzione.

Resta anche il dispiacere di non poter avere davvero gratis una Universal Xbox, e di non poter downloadare Paranoid Linux, anche se in passato qualcuno ha fatto cose poi non molto diverse con la Xbox, la distribuzione Xebian Linux e la Pbox Modello I.

Il romanzo, nella sua versione inglese, è liberamente scaricabile qui sotto licenza Creative Commons.
Chi invece necessitasse di una versione italiana, recensita qui, potrà eventualmente giovarsi di una traduzione cartacea (che con bizzarra ma italianissima scelta editoriale ha assunto l’improbabile titolo di “X”, ottimo esempio di tentato autogol) ovviamente non a titolo gratuito

Enjoy.

Marco Calamari
Lo Slog (Static Blog) di Marco Calamari

Tutte le release di Cassandra Crossing sono disponibili a questo indirizzo

27 marzo 2012

Diritto di copia: Copyright isn’t dead just because we’re not willing to let it regulate us

Filed under: Melting pot — yanfry @ 22:41
Tags: ,

Fonte: http://www.lsdi.it/2012/diritto-di-copia/ Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.5/it/

26 marzo 2012

Il sistema (i sistemi) di regolazione del diritto d’ autore sono alla frutta. Con l’avvento di internet e della relativa facilità di riprodurre digitalmente qualsiasi prodotto, che sia un testo, un video o una canzone, l’ economia del “controllo sulla produzione” è letteralmente crollata.

La grave crisi economica e, di fatto, la riduzione  ai minimi termini della fetta di pubblico disposta a pagare per l’acquisto del diritto di riproduzione (ricordiamo che sulla maggior parte delle opere digitalmente riprodotte la gran parte del prezzo che paghiamo è data dalle royalties per i diritti d’autore), ha da un lato creato una insostenibile contrazione della domanda e dall’altro una ulteriore proliferazione del fenomeno delle copia non autorizzata.

a cura di Antonio Rossano

Inoltre, tale sistema, è da sempre squilibrato in maniera insostenibile, a favore delle 4 grandi multinazionali della musica (vedi nota), riducendo al minimo i compensi per coloro che legittimamente ne dovrebbero percepire la fetta più consistente: gli autori.

Ne avevamo già parlato, riportando le parole della Vice Presidente della Commissione Europea con delega per l’Agenda digitale, Nellie Kroes:

Abbiamo bisogno di trovare le regole giuste, il modello giusto per alimentare l’arte, e gli artisti. Abbiamo bisogno che il quadro giuridico sia flessibile”

Se da una parte è forte la convinzione che la crisi del copyright non sia altro che lo specchio del crollo del sistema economico-monopolistico su cui fonda la sua struttura economico-normativa, dall’altra, non essendovi  in parallelo soluzioni alternative realizzabili in tempi brevi, si cercano o meglio, si ipotizzano, soluzioni intermedie,  aggiustamenti, accorgimenti.

È sostanzialmente quello che fa Cory Doctorow, in una non breve analisi, che di seguito riproponiamo integralmente tradotta, per chi avesse il fegato(e il tempo) di leggerla. Doctorow riferisce le sue considerazioni ed esempi in primo luogo al mondo musicale ma appare evidente che, se le soluzioni fossero applicabili in quel dominio, sarebbe semplice per analogia, estenderle altrove.

La nostra perplessità resta, in generale, sul motore e sul movimento di tale meccanismo, non per niente il nostro lavoro fonda sulla condivisione del sapere e, come strumento tecnico, sulle Creative Commons.

Copyright isn’t dead just because we’re not willing to let it regulate us
di Cory Doctorow

La prima volta che ho mai sentito qualcuno dichiarare la morte del Copyright, non era un cyberpunk o un hacker GNU/Linux:  era un dirigente nel settore musicale, intorno al 1999, in seguito al lancio di Napster .

Ho pensato che quella dichiarazione fosse sbagliata allora e penso che sia sbagliata oggi, come lo sia per chiunque altro abbia detto che il copyright è morto . Il problema è nel nome: diritto di copia.

Dalle origini…

Lo Statuto della Regina Anna ed altre norme sul diritto d’autore, si sono inizialmente occupate della copia testuale, perché la copia era l’unica attività industriale associata alla creatività in quell’epoca. C’erano un sacco di mestieri legati alla cultura, naturalmente, musica, spettacoli e performance di danza, pittura e cosi via, ma queste non erano attività industriali.

Non vi era alcun apparato associato con queste attività che ne consentisse la diffusione su vasta scala o velocemente. E, sebbene vi fossero alcuni controllori sulla cultura, come i proprietari di gallerie, gli imprenditori artistici, le corporazioni, essi avevano un ruolo marginale. A differenza dei tipografici (industriali)  essi non erano nella posizione di trarre molti soldi da un singolo atto creativo, né in grado di portar via quei soldi all’ “autore”, né in grado di raccogliere capitali dagli investitori con l’aspettativa di tale denaro, né nella posizione di dovere respingere concorrenti che riducevano i loro mercati con la produzione di copie.

Quando le performance, i media visivi e le opere tridimensionali sono diventati suscettibili di distribuzione su scala industriale, abbiamo esteso   il copyright anche ad essi,  anche  se non era inevitabile che fossero  copiati.

Il Copyright era, è e sempre potrà essere identificato come “le norme che disciplinano la catena produttiva dell’industria dell’intrattenimento” e quando l’industria dell’intrattenimento si è espansa, abbiamo espanso le regole per coprire le nuove attività. Le regole per l’industria possono essere una buona idea, dopotutto. Al loro meglio esse possono riequilibrare posizioni di negoziato tra i diversi attori del settore (ad esempio la mancanza di potere negoziale che gli artisti hanno all’inizio della loro carriera), vietare le tattiche di vendita senza scrupoli e difendere la concorrenza dagli istinti monopolistici degli industriali.

La “copia” nel diritto d’autore esiste per un errore della storia: una volta “copiare” era fare qualcosa di industriale. Copiare richiedeva impianti, impiegati, edifici, commercio. Mentre non tutto ciò che era industriale poteva essere ridotto al “copiare”, tutto il copiare era presumibilmente industriale. Ci sono stati modi di copiare non-industrialmente – uno scultore può copiare il lavoro di  un altro scultore grazie al suo occhio, alla mano ed allo scalpello, uno scrittore può intingere la sua penna e riproporre le righe di un altro scrittore – ma non era realmente necessario dichiarare che quello non era il tipo di cose regolate dal diritto d’autore. Queste attività erano per lo più invisibili ai detentori dei diritti e, anche se capitava che una singola copia giungesse all’attenzione del titolare del diritto, a questi sarebbe sembrato un po’ sciocco applicare regole industriali ad un singolo attore. Sarebbe stato come chiedere ai propri vicini di registrarsi come “bed & breakfast” per aver avuto ospiti nel weekend che hanno portato da mangiare in casa.

…ai giorni nostri

I processi industriali normativi tendono ad essere dominati dai potenti, dai monopolisti, dai ricchi. Essi sono meglio organizzati, familiari con i pro ed i contro del governo, ed hanno legittimità tautologica al successo: “Tu sei onesto perchè sei ricco, quindi il modo in cui hai fatto i soldi deve essere onesto”. Come risultato il copyright ha teso (e tende) a favorire gli interessi degli investitori  nei lavori creativi – marchi, produttori, editori – a spese degli autori che, sebbene siano in gran numero, sono indeboliti dalla natura “irrazionale” del  lavoro creativo.

Persone raccolgono capitali per affari – editori, produttori, marchi – sulla base di una fiducia consapevole che esiste una opportunità di mercato per recuperare l’investimento. In un mercato competitivo ti aspetteresti che evidentemente ci fossero tanti investitori nel settore “creativo” quanti  riuscirebbero a sostenersi più un altro pò, in una visione ottimistica di come dovrebbe crescere il settore.

Dall’altra parte i “creatori” creano perché non possono fare diversamente.

Sebbene oggi guadagni da vivere con i miei diritti d’autore, ho sempre pensato che sarei stato folle a contare su questo, ed oggi so di essere fortunato come un vincitore al lotto. Ho incontrato così tanti scrittori di talento che non si sono mai fermati e, se alcuni hanno mollato, molti di loro continuano a produrre. Non scrivono perché pensano che un giorno potranno sostituire le loro entrate quotidiane con delle royalties, incentivi e commissioni: scrivono perché debbono.

Come risultato il versante della “fornitura” delle industrie del copyright ha sempre un eccesso, nell’eccesso di domanda. Non c’è mai stato, e non ci sarà mai, una regolamentazione industriale per fornire un salario adeguato ad una frazione considerevole di coloro che sognano di lasciare un giorno il loro lavoro e perseguire le arti. Si potrebbe giungere a questo attraverso un sistema di borse di studio o attraverso la realizzazione tecnologica di una sorta di società della post-scarsità, ma semplicemente non ci sono abbastanza persone che vogliono pagare  per prodotti di intrattenimento industriale tanto da poter pagare la strada a tutti coloro che coltivano il sogno.

Così se da una parte si dispone di una quantità relativamente stabile di  investitori/distributori  nelle industrie del copyright, dall’altra si è creata questa orda di autori e aspiranti autori.

Ognuno sta esercitando pressioni  per regole sul diritto d’autore che favoriscano i propri interessi e, in generale, gli autori perdono.  Questo porta alla vita doppiamente tragica dell’autore: anche per la piccola minoranza che “ce la fa” nel sistema, il risultato è spesso un lavoro di noleggio abusivo con contabilità precaria, contratti truffa che non mancano di veri e propri imbrogli che lasciano artisti “famosi e benestanti” in miseria alla fine della loro carriera.

In vari momenti della storia dello spettacolo industrializzato, le nuove tecnologie hanno generato nuove regole sul copyright. La Radio ha generato le licenze di copertura: i fonografi (inizialmente informa di pianole) hanno generato licenze meccaniche obbligatorie sulle composizioni. Alcune di queste erano “buone” regole ed altre “cattive”, dove “buono” può significare “pro-concorrenza” e “equo per gli autori”; e “cattivo” può significare “contro la concorrenza” e “iniquo per gli autori”.  Gli autori e i creatori/distributori del settore trascorrono molto tempo per discutere sul modo migliore per gestire queste norme e come dovrebbero essere riformate.

Ma essi spendono anche molto tempo a discutere e fare lobbying su attività personali – dai bambini che condividono musica su MegaUpload ai film-makers amatoriali che caricano le loro creazioni su Youtube. La maggior parte di queste attività comporta una qualche attività commerciale da qualche parte lungo la strada, proprio come  uno scrittore che ha copiato i suoi calamai, carta ed inchiostro da qualche parte. Ma Youtube non fa parte dell’industria dello spettacolo. Si tratta di una piattaforma per condividere ogni tipo di video in cui è possibile trovare dalle riprese di una memorabile atrocità durante la guerra a filmati personali importanti come un ricevimento di nozze a cose banali. Youtube è come la carta per un editore, la pellicola per uno studio cinematografico, il microfono per uno studio di registrazione.

Chiunque sia attento, tra cui una ampia fetta di manager dell’intrattenimento, capisce che limitare la copia in internet è un esercizio destinato al fallimento e che il tentativo richiede una sorveglianza di massa di ogni attività in Internet, censura su larga scala e l’estensione di regolamenti complessi difficili da capire a popolazioni che non hanno alcuna possibilità di comprenderli. È come se l’industria decidesse improvvisamente che cantare sotto la doccia conta come una “performance” ed ora intendesse chiedere agli idraulici, ai produttori di apparecchi per la doccia e di sapone di aiutarla a sradicare la pirateria e volesse telecamere nei nostri bagni  e lunghi accordi legali per chi vuole legittimamente cantare mentre si lava.

Nel mondo della musica

Sebbene  il “cantare nella doccia” è diventato una fonte di entrata per l’industria dell’intrattenimento, l’idea di espandere una regolamentazione industriale in un dominio privato non solo non funzionerebbe ma sarebbe intrinsecamente ingiusta.

Ci sono ancora molte cose per le quali si potrebbe usare il copyright. Per esempio ci sono evidenze che richiedere una licenza per il digital sampling[1] procura a precedenti generazioni di artisti  un piccolo ma importante flusso di entrata che altrimenti si sarebbe concluso in tre modi: prima di tutto perché le regole vengono scritte a favore delle corporazioni, secondo perché le corporazioni imbrogliano e terzo perché si tratta in larga parte di minoranze etniche  che in generale non sono protette dal sistema giudiziario in generale.

Se la licenza per il campionamento si rivela essere la migliore o almeno la meno peggiore soluzione per risolvere questi  vecchi errori, allora il copyright potrebbe ottimizzare un sistema di licenze, facilitarne l’attribuzione  e suddividere le entrate in proporzione ai conseguenti guadagni degli  artisti.

Invece, il copyright ha fatto esattamente il contrario. Nel trasformare in merci le copie  (anziché creare concorrenza o giusti affari per gli autori), una serie di regole e leggi del copyright hanno creato un sistema nel quale ogni canzone rintracciabile e largamente distribuita che diventa un prodotto riproducibile  finisce per avere una licenza; licenze che sono cosi costose che solo alcune di queste possono essere economicamente  incluse in ogni canzone; e dove l’unico accesso autorizzato alla riproduzione digitale avviene attraverso le quattro grandi etichette[2], che sono abituate ad avere a che fare le une con le altre e ad essere ostili o indifferenti a  etichette indipendenti.

Questo ha prodotto il peggior copyright possibile. Invece di una regolamentazione industriale che promuove la competizione e riequilibra il diffuso e inefficace potere di negoziazione  degli autori, il “regime della duplicazione” oggi fa il contrario. Esso impone che il sistema, finanziariamente di successo, basato sul campionamento musicale, che precede il mondo del “sample for licenses” non possa essere a tutto oggi realizzato. I due sampling albums di maggiore successo di tutti i tempi sono stati Paul’s Boutique dei Beastie Boys It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back dei Public Enemy; entrambi perderebbero milioni se venissero prodotti ed approvati oggi. Questo sistema impone anche che quasi ogni artista che vuole fare il “sampling lite” music che la moderna pratica richiede, finisce per contrattualizzarsi con una delle majors, anche nel caso in cui l’artista pensi di poter fare meglio da solo o con una etichetta indipendente.

Aggiungete a questo l’estensione dei 45 anni di retrospettiva del copyright per il suono e avrete un mondo nel quale quasi tutto ciò che vi è capitato di ascoltare almeno una volta è protetto da copyright o richiede una licenza, il che significa il monopolio alle quattro majors . Immaginate invece se creassimo una regolamentazione del campione simile alle royalties per le cover. Aggiungete tutti i campioni per ogni canzone e poi richiedete una royalty  proporzionata ai guadagni di quella canzone.  Questi sono i dettagli che devono essere risolti nell’avere a che fare con campioni che si sovrappongono e stabilendo l’uso di limiti per decidere la lunghezza minima del campione le la maggiore lunghezza permessa prima di dire “Tu non stai campionando, questa è solo una riedizione, paga la royalty automatica”. C’è la contabilità, la revisione dei conti, la raccolta e il pagamento.

Il sistema sarebbe goffamente comparato a quello che ci ha dato It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back ma non così goffo da impedire la creazione di una canzone. Ed eviterebbe i problemi di competizione e negoziazioni  con le major per le etichette e per gli artisti. Se con questo si intendesse regolare solo le canzoni commerciali, ovvero l’attività industriale, non avrebbe alcun impatto sugli amatori che caricano I loro video su youtube e renderebbe facile per un amatore di successo fare il salto verso il professionismo, riempiendo I documenti necessari per il campionamento e poi pagando una parte delle entrate alle parti competenti.

Questo è solo un esempio di come possiamo creare regolamenti per l’industria dell’intrattenimento che valorizzino la creazione, l’investimento e l’innovazione senza criminalizzare I fan o attaccando internet. L’era di internet non è – e non dovrebbe essere- silenziosa su una questione: “ Come assicuriamo che gli autori e gli investitori abbiano una possibilità di arrivare ai soldi? ” Questo è tutto ciò a cui, da sempre, il diritto d’autore avrebbe voluto una risposta.

L’incapacità del copyright nel regolare l’attività culturale non è nuova. È probabilmente vero che questa incapacità riduce la profittabilità di alcune parti nella catena distributiva dell’industria dell’intrattenimento, già solo per il fatto che ne incrementa altre. Ma questa è solo una questione di massimizzazione dei profitti e non di sopravvivenza.

Il problema è che le aziende di intrattenimento hanno trattato l’incremento della facilità nel copiare nell’era di internet come un segnale che il copyright debba essere esteso per  proteggere più persone e più attività, andando molto al di là dell’industria dell’intrattenimento. Ciò che avrebbero dovuto fare è scegliere una nuova autorità garante,  visto che si tratta di una “attività industriale all’interno dell’attività del copyright” , incaricata perchè regoli loro stessi, senza cercare di controllare tutto il mondo in contemporanea.

Ê tempo di finirla di dichiarare la morte copyright solo perchè non vogliamo che sia l’ultimo controllore di tutto quello che facciamo con un computer.

___________

1] digital sampling licensing – Digital sampling (lett. campionamento digitale) è quell’attività di estrapolazione e duplicazione di parti di testie/o musiche di alter canzone acquisiti in via analogica, ma soprattutto digitale. Il licensing relativo è l’autorizzazione che l’autore o il titolare del diritto deve rilasciare.

9 gennaio 2012

L’imminente guerra contro il computer generico: lezione magistrale di Cory Doctorow

Filed under: Interviste,Melting pot — yanfry @ 02:55
Tags: , , , , , ,

Di recente Cory Doctorow ha tenuto una lezione di eloquenza straordinaria che riassume magnificamente le preoccupazioni di molti informatici: il computer generico, il PC che esegue qualunque programma, fonte di enorme ricchezza ed emancipazione culturale per tre decenni, ora è sotto attacco perché è sfuggito di mano.

Non è controllabile da aziende e governi. Ci si può far girare un programma piratato o vedere un film a scrocco. Ci si può installare un programma di crittografia che rende impossibile intercettare le comunicazioni, con grande gioia di terroristi e dissidenti. Lo si può usare per far circolare idee senza che i governi, le religioni o le aziende possano filtrarle, edulcorarle, censurarle. Il PC è un mostro sovversivo e come tale va estirpato.

Come? Non certo facendo retate e irruzioni nelle case, ma sostituendolo dolcemente con oggetti dedicati e lucchettati. Al posto del PC, oggi vengono offerti (spesso sottocosto) lettori portatili, console di gioco, lettori home theater, tablet, lettori di e-book le cui architetture permettono il controllo. Su questi oggetti, almeno secondo le intenzioni dei produttori, gira solo il software benedetto dallo Steve Jobs, Bill Gates o Kim Jong Un di turno. O dall’inserzionista pubblicitario di turno. E tutto questo, ci viene detto, è per il nostro bene. Per permetterci di consumare in modo sicuro e per tutelare i diritti degli editori – pardon, degli autori. Pazienza se questo permette ad Amazon di entrare in casa nostra e togliere dalla nostra biblioteca digitale un libro a suo piacimento.

Cory Doctorow sa spiegare tutto questo molto, molto meglio di me. Per cui vi propongo qui il video della sua lezione, che a mio avviso dovrebbe essere lettura obbligatoria a scuola, per qualunque informatico e per qualunque consumatore di oggetti seducenti e luccicanti. Non è una questione di mera informatica. È una questione di difendersi dalla lenta erosione delle libertà. Buona visione.

Prima che vi lamentiate che a furia di frequentar cospirazionismi sono diventato complottista, vorrei ricordare che proprio la dimestichezza con i complotti fasulli mi permette di riconoscere meglio quelli reali. E vorrei ricordare che nel 2005 Sony installò un rootkit nei computer degli utenti e che le leggi in molti paesi europei vietano di farsi una copia dei propri film DVD e Blu-ray. Provate a installare su un iPad o iPhone un’app non approvata da Apple. Provate a leggervi un libro che contiene materiale illustrato che Apple ritiene inadatto (l’Ulisse di Joyce a fumetti). È ancora vostro il telefonino o il tablet, se qualcun altro decide cosa ci potete far girare e leggere? Pensateci.

La sottotitolazione è disponibile in varie lingue, italiano compreso; è stata fatta collettivamente di corsa, è in lavorazione ed è sicuramente migliorabile: potete dare una mano tramite Universal Subtitles.

2012/01/09 – La traduzione riveduta
Cory Doctorow: Quando parlo davanti a persone la cui lingua madre non è l’inglese, faccio sempre un avviso e delle scuse perché parlo molto velocemente. Quando ero alle Nazioni Unite al World Intellectual Property Organization, mi avevano soprannominato il flagello dei traduttori simultanei [risate del pubblico]. Quando mi alzavo per parlare e mi guardavo attorno vedevo una schiera di finestre con dietro i traduttori, tutti con questa espressione [facepalm] [risate]. Quindi se parlerò troppo in fretta vi autorizzo a fare così [agita le braccia] e io rallenterò.

Il discorso di questa sera… wah, wah, waaah [Doctorow risponde a qualcuno del pubblico che agita le braccia, il pubblico ride]… Il discorso di questa sera non riguarda il copyright. Tengo moltissimi discorsi sul copyright; i problemi della cultura e della creatività sono molto interessanti, ma sinceramente comincio ad averne abbastanza. Se volete ascoltare scrittori indipendenti come me tediare il pubblico su cosa stia succedendo al modo in cui ci guadagniamo da vivere, andate pure a cercare su YouTube uno dei tanti discorsi che ho fatto su questo tema.

Questa sera, invece, vorrei parlare di qualcosa più importante: voglio parlare dei computer universali [general purpose]. Perché questi computer sono davvero sbalorditivi; così tanto che la nostra società si sta ancora sforzando di capirli, di capire a cosa servano, come integrarli e come gestirli. Tutto questo, purtroppo, mi riporta al copyright. Perché la natura delle guerre di copyright e le lezioni che ci possono insegnare sulle future lotte per il destino dei computer universali sono importanti.

In principio vi era il software preconfezionato e l’industria che lo produceva. E i file venivano trasferiti su supporti fisici: avevamo buste o scatole di floppy appese nei negozi e vendute come caramelle o riviste. Ed erano molto facili da copiare e così venivano copiati rapidamente da molti, con gran dispiacere di chi scriveva e vendeva software.

Arrivò il DRM 0.96. Iniziarono a introdurre difetti fisici nei dischi o a esigere altri elementi fisici che il software poteva verificare: dongle, settori nascosti, protocolli di domanda e risposta che richiedevano il possesso fisico di grossi ed ingombranti manuali difficili da copiare. Naturalmente questi sistemi fallirono, per due ragioni. Innanzi tutto erano commercialmente impopolari – ovviamente – perché riducevano l’usabilità del software da parte del proprietario legittimo e non andavano a toccare chi si era procurato illegalmente il software. Gli acquirenti legittimi lamentavano che le copie di sicurezza non funzionavano, detestavano sacrificare porte a cui attaccare i dongle e pativano il disagio di dover trasportare manuali voluminosi per poter eseguire il software.

In seconda istanza, tutto questo non fermava i pirati, che trovarono modi molto semplici per modificare il software e aggirare la protezione. In genere quello che succedeva era che qualche esperto dotato di tecnologia ed esperienza pari a quelle di chi produceva il software riusciva a decifrare il programma [reverse engineering] e a rilasciare versioni craccate, che venivano distribuite rapidamente.

Questo tipo di esperienza e tecnologia poteva sembrare altamente specializzata, ma in realtà non lo era affatto. Scoprire cosa facevano dei programmi recalcitranti e aggirare i difetti di floppy scadenti erano competenze di base dei programmatori e lo erano ancora di più in quel periodo, in cui i dischetti erano fragili e lo sviluppo del software era fatto alla buona.

Le strategie anticopia si intensificarono con la diffusione delle reti. Quando si diffusero le BBS, i servizi online, i newsgroup e le mailing list, la competenza di chi capiva come sconfiggere questi sistemi di protezione poteva essere impacchettata come software e disseminata in programmini come i crack file o, all’aumentare della capacità delle reti, divenne possibile diffondere diffusero le immagini dei dischi e gli eseguibili craccati.

Questo ci portò al DRM 1.0. Nel 1996 divenne chiaro a tutti quelli che sedevano nelle stanze dei bottoni che stava per succedere qualcosa di importante. Stavamo per entrare in un’economia dell’informazione, qualunque cosa fosse.

Loro credevano che questo significasse un’economia dove avremmo acquistato e venduto informazioni. L’informatica rende le cose efficienti, quindi immaginate i mercati che un’economia dell’informazione poteva creare. Si sarebbe potuto acquistare un libro per un giorno, vendere il diritto di vedere un film a un euro e dare a noleggio il tasto Pausa a un centesimo al secondo. Si sarebbe potuto vendere un film a un certo prezzo in un paese e a un altro prezzo in un altro paese e così via. Le fantasticherie di quei giorni erano un po’ come un noioso adattamento fantascientifico del Libro dei Numeri della Bibbia: un tedioso elenco di tutte le permutazioni delle cose che la gente fa con le informazioni e dei modi in cui gliele si poteva far pagare.

Ma nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza la possibilità di controllare il modo in cui le persone usano i propri computer e i file che trasferiamo in essi. Dopotutto era una bella idea pensare di poter vendere i diritti di fruizione di un video per 24 ore o il diritto di trasferire la musica a un iPod ma non di poterla spostare da un iPod a un altro dispositivo. Ma come diavolo si poteva farlo, una volta che la persona era entrata in possesso di un file?

Per far funzionare il tutto, bisognava trovare il modo di impedire che i computer eseguissero certi programmi e analizzassero certi file e processi. Per esempio, si poteva cifrare il file e obbligare l’utente a eseguire un programma che decifrasse il file solamente in determinate circostanze.

Ma come si dice su Internet, a questo punto i problemi sono due. Adesso si deve anche impedire all’utente di salvare il file decrittato e impedirgli di capire dove il programma abbia registrato le chiavi per decrittare il file, perché se l’utente trova quelle chiavi, decritterà il file e non userà la stupida app di lettura.

Ma a questo punti i problemi sono tre [risate], perché adesso si deve impedire agli utenti di condividere il file decrittato con altri utenti. E ora i problemi sono quattro!

Si deve impedire agli utenti che riescono a capire come carpire i segreti dei programmi di sblocco di spiegare ad altri utenti come fare altrettanto, ma ora i problemi sono cinque! Bisogna impedire agli utenti che capiscono come estrarre i segreti dai programmi di decrittazione di dire quali siano questi segreti.

Sono un bel po’ di problemi. Ma nel 1996 trovammo una soluzione. Ci fu il trattato WIPO sul copyright, approvato dalla World Intellectual Property Organization delle Nazioni Unite, che creò leggi che resero illegale l’estrazione di segreti dai programmi di sblocco, leggi che resero illegale estrarre dei dati in chiaro dai programmi di sblocco mentre questi stavano girando; leggi che resero illegale dire alla gente come estrarre i segreti dai programmi di sblocco; e leggi che resero illegale ospitare contenuti protetti da copyright e ospitare segreti. Il tutto con una comoda e snella procedura che permetteva di rimuovere cose da Internet senza dover perdere tempo con avvocati, giudici e tutte quelle stronzate. E così la copia illegale finì per sempre [risate e applausi]. L’economia dell’informazione sbocciò in un magnifico fiore che portò prosperità al mondo intero. Come si dice sulle portaerei, “Missione compiuta”. [risate e applausi]

Naturalmente non è così che finisce la storia, perché chiunque capiva qualcosa di computer e reti capì che queste leggi creavano più problemi di quanti ne risolvessero. Dopotutto queste erano leggi che rendevano illegale guardare nel proprio computer quando stava eseguendo certi programmi; rendevano illegale raccontare alla gente cosa avevi trovato quando avevi guardato dentro il tuo computer; rendevano facile censurare contenuti su Internet senza dover dimostrare che fosse successo qualcosa di illegale. In poche parole, pretendevano dalla realtà prestazioni irrealistiche e la realtà si rifiutò di collaborare.

Dopotutto, copiare i contenuti divenne invece più semplice dopo che furono passate queste leggi. Copiare non può che diventare più facile! Siamo nel 2011: copiare non sarà mai difficile più di quanto lo sia oggi! I vostri nipoti, al pranzo di Natale, vi diranno “Dai nonno, dai nonna, raccontateci ancora com’era difficile copiare le cose nel 2011, quando non avevate un disco grande come un’unghia che potesse contenere ogni canzone mai incisa, ogni film mai girato, ogni parola pronunciata, ogni fotografia mai scattata… tutto! E trasferire tutto questo così in fretta che neanche te ne accorgevi. Raccontateci ancora quanto era stupidamente difficile copiare le cose nel 2011!”

E così la realtà prevalse e ognuno si fece una sonora risata su quanto erano stravaganti le idee sbagliate che avevamo all’inizio del XXI secolo. E poi fu raggiunta una pace duratura e vi furono libertà e prosperità per tutti [il pubblico ridacchia].

Beh, non proprio. Come la donna della filastrocca, che ingoia un ragno per prendere una mosca e deve ingoiare un uccellino per prendere il ragno e un gatto per prendere l’uccellino e così via, anche una regolamentazione che è d’interesse così generale ma disastrosa nell’implementazione deve partorire una nuova regolamentazione che consolidi il fallimento di quella vecchia. È forte la tentazione di terminare qui la storia concludendo che il problema è che il legislatore è incapace o malvagio, o magari malignamente incapace, e chiuderla lì. Ma non è una conclusione soddisfacente, perché è fondamentalmente un invito alla rassegnazione. Ci dice che i nostri problemi non potranno essere risolti finché stupidità e malvagità saranno presenti nelle stanze dei bottoni, che è come dire che non li risolveremo mai.

Ma io ho un’altra teoria su cosa sia successo. Non è che i legislatori non comprendano l’informatica, perché dovrebbe essere possibile fare delle buone leggi senza essere esperti! I parlamentari vengono eletti per rappresentare aree geografiche e persone, non discipline e problemi. Non abbiamo un parlamentare per la biochimica, né un senatore per la pianificazione urbana, né un parlamentare europeo per il benessere dei bambini (anche se dovremmo averlo). Nonostante tutto, queste persone esperte di politica e leggi, non discipline tecniche, spesso riescono a promulgare leggi buone e coerenti, perché chi governa si affida all’euristica, a regole basate sul buon senso su come bilanciare le voci degli esperti di vari settori che sostengono tesi diverse. Ma l’informatica confonde quest’euristica e la prende a calci in un modo importante, che è il seguente.
Un test importante per valutare se una legge è adatta per uno scopo è, naturalmente, per prima cosa vedere se funziona. In secondo luogo bisogna vedere se, nel funzionare, avrà molti effetti su tutto il resto. Se voglio che il Congresso, il Parlamento o l’Unione Europea regolamentino la ruota è difficile che io ci riesca. Se io dicessi “Beh, sappiamo tutti a cosa servono le ruote e sappiamo che sono utili, ma avete notato che ogni rapinatore di banca ha quattro ruote sulla sua auto quando scappa con il bottino? Non possiamo fare qualcosa?” la risposta sarebbe naturalmente “No”, perché non sappiamo come realizzare una ruota che resti generalmente utile per usi legittimi ma sia inutilizzabile per i malintenzionati.
Ed è ovvio per tutti che i benefici generali delle ruote sono così profondi che saremmo matti a rischiare di perderli in una folle missione di bloccare le rapine attraverso la modifica delle ruote. Anche se ci fosse un’epidemia di rapine, anche se la società fosse sull’orlo del collasso a causa delle rapine in banca, nessuno penserebbe che le ruote siano il posto giusto per iniziare a risolvere il problema.
Ma se mi dovessi presentare davanti a quella stessa gente e dire che ho la prova assoluta che i telefoni a viva voce rendono le automobili più pericolose e dicessi “Vorrei che approvaste una legge che rende illegali i viva voce in auto” i legislatori potrebbero rispondere “Sì, ha senso, lo faremo”. Potremmo dissentire sul fatto che sia o no una buona idea, se le mie prove stiano in piedi, ma in pochi direbbero “Una volta che togli i viva voce dalle auto queste non sono più auto”. Sappiamo che le auto restano tali anche se togliamo qualche funzione.
Le auto servono a scopi specifici, se paragonate alle ruote, e tutto quello che fa il viva voce è aggiungere una funzione ad una tecnologia che è già specializzata. In effetti possiamo applicare anche qui una regola euristica: le tecnologie che hanno scopi specifici sono complesse e si possono togliere loro delle caratteristiche senza menomare la loro utilità di fondo.
Questa regola empirica aiuta molto i legislatori in generale, ma viene resa inutile dai computer e dalle reti universali: i PC e Internet. Perché se pensate ad un software come una funzione, ovvero un computer con un programma di foglio elettronico ha la funzione di foglio elettronico, un computer su cui gira World of Warcraft ha la funzione di MMORPG, allora questa regola euristica porta a pensare che si potrebbe ragionevolmente dire “Costruitemi un computer su cui non girino fogli elettronici” senza che ciò costituisca un attacco all’informatica più di quanto dire“Costruitemi un’auto senza telefoni viva voce” sia un attacco alle automobili.
E se pensiamo ai protocolli e ai siti come funzione della rete, allora dire “Sistemate Internet in modo tale che non sia più possibile utilizzare BitTorrent” oppure “Sistemate Internet in modo tale che Thepiratebay.org non venga più risolto” sembra uguale a dire “Cambiate il segnale di occupato” o “Scollegate dalla rete telefonica la pizzeria all’angolo” e non sembra un attacco ai principi fondamentali dell’interconnessione di reti.
Non comprendere che questa regola empirica che funziona per auto, case e ogni altra area tecnologica importante non funziona per Internet non ti rende malvagio e nemmeno un ignorante. Ti rende semplicemente parte i quella vasta maggioranza del mondo per cui concetti come “Turing complete” e “end-to-end” non hanno significato.
Così i nostri legislatori vanno ad approvare allegramente queste leggi, che diventano parte della realtà del nostro mondo tecnologico. All’improvviso ci sono numeri che non possiamo più scrivere su Internet, programmi che non possiamo più pubblicare e per far sparire materiale legittimo da Internet basta dire “Quella roba viola il copyright”. Questo non raggiunge le finalità della legge: non impedisce alla gente di violare il copyright. Ma somiglia superficialmente all’imposizione del rispetto del copyright: soddisfa il sillogismo di sicurezza “bisogna fare qualcosa, sto facendo qualcosa, qualcosa è stato fatto”. E così eventuali fallimenti che si verificano possono essere addebitati al fatto che la legge non si spinge abbastanza in là e non a suoi difetti di fondo.
Questo tipo di analogia superficiale ma divergenza di fondo si verifica in altri contesti tecnici. Un mio amico, che è stato un alto dirigente di una ditta di beni di consumo confezionati, mi ha raccontato che una volta quelli del marketing dissero ai tecnici che avevano una grande idea per i detersivi. Da quel momento avrebbero fatto detersivi che rendevano i capi più nuovi ad ogni lavaggio! Dopo che i tecnici avevano tento invano di spiegare il concetto di “entropia” al marketing [risate] arrivarono a un’altra soluzione… “soluzione”… Svilupparono un detersivo con degli enzimi che aggredivano le fibre sfilacciate, quelle rotte che fanno sembrare vecchio un capo, così che ad ogni lavaggio il capo sarebbe sembrato più nuovo. Ma questo avveniva perché il detersivo digeriva letteralmente gli indumenti. Usarlo faceva sciogliere i capi dentro la lavatrice. Questo era l’opposto di far sembrare il capo più nuovo: il detersivo invecchiava artificialmente i capi a ogni lavaggio. Come utente, più si applicava la “soluzione” al capo di abbigliamento, più diventavano drastici i rimedi per mantenerlo apparentemente nuovo, tanto che alla fine bisognava comperare un vestito nuovo perché quello vecchio si era disfatto.
Quindi oggi abbiamo persone del marketing che dicono “Non abbiamo bisogno di computer, ma di… elettrodomestici. Fatemi un computer che non esegua ogni programma ma solamente un programma che faccia questo lavoro specifico, come lo streaming audio, il routing di pacchetti, o esegua i giochi della Xbox e assicuratevi che non esegua programmi che io non ho autorizzato e che potrebbero ridurre i nostri profitti.”
In maniera superficiale, questa sembra un’idea ragionevole: un programma che esegue un compito specifico; dopotutto possiamo mettere un motore elettrico in un frullatore e possiamo installare un motore in una lavapiatti senza preoccuparci se sia possibile eseguire un programma di lavaggio stoviglie in un frullatore. Ma non è quello che succede quando trasformiamo un computer in un “elettrodomestico”. Non facciamo un computer che esegue solamente la app “elettrodomestico”, ma fabbrichiamo un computer in grado di eseguire ogni tipo di programma e che usa una combinazione di rootkit, spyware e firme digitali per impedire all’utente di sapere quali processi girano, per impedire l’installazione di software e bloccare i processi che non desidera vengano eseguiti.
In altre parole, un elettrodomestico non è un computer a cui è stato tolto tutto, ma un computer perfettamente funzionante con spyware preinstallato dal fornitore [applausi fragorosi]. Grazie.
Perché non sappiamo come costruire un computer multifunzione in grado di eseguire ogni programma che possiamo compilare tranne alcuni programmi che non ci piacciono o che proibiamo per legge o che ci fanno perdere soldi. La migliore approssimazione che abbiamo è un computer con spyware: un computer in cui qualcuno, da remoto, imposta delle regole senza che il proprietario del computer se ne accorga e senza che acconsenta.
Ed ecco che la gestione dei diritti digitali converge sempre verso il malware. C’è stato, ovviamente, quell’incidente famoso, una sorta di regalo alle persone che hanno formulato questa ipotesi, quando la Sony collocò degli installer di rootkit nascosti in 6 milioni di CD audio, che eseguirono segretamente un programma che monitorava i tentativi di leggere tracce audio dai CD e li bloccava; questo programma si nascondeva e induceva il kernel a mentire in merito ai processi in esecuzione e in merito ai file presenti sul disco.
Ma questo non è l’unico esempio. Di recente Nintendo ha rilasciato il 3DS, che aggiorna in maniera opportunistica il firmware ed esegue un controllo di integrità per assicurarsi che il vecchio firmware non sia stato modificato; se vengono rilevate modifiche non autorizzate, l’aggiornamento rende inservibile il dispositivo. Diventa un fermaporta.
Attivisti dei diritti umani hanno diramato allarmi in merito a U-EFI, il nuovo bootloader dei PC, che limita il computer in modo che possa caricare solamente sistemi operativi firmati digitalmente, evidenziando il fatto che i governi repressivi probabilmente non concederanno firme digitali ai sistemi operativi a meno che possano eseguire operazioni nascoste di sorveglianza.
Sul versante della rete, i tentativi di creare una rete che non possa essere utilizzata per violare il copyright portano sempre alle misure di sorveglianza tipiche dei governi repressivi. SOPA, la legge americana Stop Online Piracy Act, impedisce l’utilizzo di tool come DNSSec perché possono essere utilizzati per aggirare i blocchi dei DNS. E vieta anche tool come Tor perché possono essere utilizzati per aggirare le misure di blocco degli IP. Tant’è vero che i fautori di SOPA, la Motion Picture Association of America, hanno diramato un memorandum in cui citano una ricerca secondo la quale SOPA probabilmente funzionerà, perché usa le stesse misure usate in Siria, Cina e Uzbekistan. La loro tesi è che se queste misure funzionano in quegli stati, funzioneranno anche in America! [risate e applausi]
Non applaudite me, applaudite la MPAA! Ora, può sembrare che SOPA sia la mossa finale di una lunga lotta sul copyright e su Internet e può sembrare che se riusciamo a sconfiggere SOPA saremo sulla buona strada per assicurare la libertà dei PC e delle reti. Ma, come ho detto all’inizio di questo discorso, non si tratta di copyright, perché le guerre per il copyright sono solamente la versione 0.9 beta della lunga guerra contro il calcolo che è imminente. L’industria dell’intrattenimento è solamente il primo belligerante di questo conflitto venturo, che occuperà tutto il secolo.
Tendiamo a considerarli dei vincitori: dopotutto abbiamo SOPA, sul punto di essere approvata, che minerà le fondamenta di Internet nel nome della conservazione della classifica dei dischi più venduti, dei reality show e dei film di Ashton Kutcher! [risate e qualche applauso] Ma la realtà è che la legge sul copyright riesce ad arrivare fin dove arriva proprio perché non viene presa sul serio. Ed è per questo che in Canada un Parlamento dopo l’altro ha introdotto una legge stupida sul copyright dopo l’altra, ma nessuno di quei parlamenti è mai riuscito ad approvare quelle leggi. È per questo che siamo arrivati a SOPA, una legge composta da molecole di pura stupidità assemblate una ad una in una sorta di “stupidonio 250” che normalmente si trova solamente nei nuclei delle stelle appena formate.
Ed è per questo che è stato necessario rinviare queste frettolose audizioni per SOPA a metà della pausa natalizia, affinché i legislatori potessero dedicarsi a una vera discussione violenta, vergognosa per la nazione, su un argomento importante: i sussidi di disoccupazione.
È per questo che il World Intellectual Property Organization è indotto ripetutamente con l’inganno a promulgare proposte folli e ottusamente ignoranti sul copyright: perché quando gli stati del mondo inviano le proprie missioni ONU a Ginevra mandano esperti idrici, non esperti di copyright; mandano esperti di salute, non esperti di copyright; mandano esperti di agricoltura, non esperti di copyright. Perché il copyright, fondamentalmente, non è importante quasi per nessuno! [applausi]
Il parlamento canadese non ha votato le leggi sul copyright perché fra tutte le cose di cui il Canada si deve occupare, sistemare i problemi del copyright è molto meno prioritario delle emergenze sanitarie nelle riserve indiane delle First Nations, dello sfruttamento petrolifero dell’Alberta, dei problemi astiosi tra anglofoni e francofoni, della crisi delle aree di pesca e di migliaia di altri problemi!
L’insignificanza del copyright indica che quando altri settori dell’economia inizieranno a manifestare preoccupazioni riguardo a Internet e ai PC, il copyright si rivelerà essere una scaramuccia, non una guerra.
Perché altri settori dovrebbero avere rancori nei confronti dei computer? Perché il mondo in cui viviamo oggi è fatto di computer. Non abbiamo più delle automobili, ma computer con cui andiamo in giro; non abbiamo più aeroplani, ma computer Solaris volanti con un sacco di controller SCADA[risate e applausi]; una stampante 3D non è un dispositivo, ma una periferica, e funziona solamente connessa ad un computer; una radio non è più un cristallo, è un computer multifunzione con un ADC e un DAC veloci e del software.
Il malcontento scaturito dalle copie non autorizzate è nulla se confrontato alle richieste d’intervento create dalla nostra realtà ricamata da computer. Pensate un momento alla radio. Tutta la legislazione sulla radiofonia fino ad oggi era basata sul fatto che le proprietà di una radio sono determinate al momento della fabbricazione e non possono essere modificate facilmente.
Non è possibile spostare una levetta su un monitor ascoltabimbi e trasformarlo in qualcosa che interferisce con i segnali del controllo del traffico aereo. Ma le radio più potenti gestite dal software possono trasformarsi da monitor ascoltabimbi in gestore dei servizi di emergenza, in controllore del traffico aereo solamente caricando ed eseguendo un software differente. È per questo che la prima volta che l’ente normatore americano dlele telecomunicazioni (FCC) si chiese cosa sarebbe potuto succedere se fossero state messe in giro queste radio, chiese pareri sull’idea di rendere obbligatorio per legge che tutte le radio definite dal software venissero integrate in una piattaforma di Trusted Computing.
In ultima analisi, chiese se tutti i PC dovessero essere lucchettati, in modo che i programmi che eseguono siano strettamente regolamentati da autorità centrali. E anche questo è solamente un’ombra di quello che ci attende.
Dopotutto, questo è stato l’anno in cui abbiamo visto il debutto di file di forma [shape files] open source per convertire un AR-15 in un fucile automatico. Questo è stato l’anno dell’hardware open source e finanziato collettivamente per sequenziare i geni. E mentre la stampa 3D darà vita a valanghe di liti banali, ci saranno giudici del sud degli USA e mullah in Iran che impazziranno perché la gente sotto la loro giurisdizione si stamperà giocattoli sessuali [risate fragorose].
L’evoluzione della stampa 3D solleverà di sicuro molte critiche autentiche, dai laboratori a stato solido per la sintesi di anfetamine ai coltelli di ceramica. E non ci vuole certo uno scrittore di fantascienza per capire perché i legislatori potrebbero innervosirsi all’idea che il firmware delle auto a guida automatica sia modificabile dall’utente, o alla limitazione del’interoperabilità dei controller per aviazione, o le cose che si possono fare con assemblatori su scala biologica e sequenziatori.
Immaginate cosa succederà il giorno in cui la Monsanto deciderà che è molto, molto importante essere certi che i computer non possano eseguire programmi che inducono periferiche specializzate a generare organismi che tolgono letteralmente loro il cibo di bocca.
Indipendentemente dal fatto che pensiate che questi siano problemi reali o soltanto paure isteriche, essi restano il campo d’azione di lobby e gruppi d’interesse ben più influenti di Hollywood e dei grandi produttori di contenuti quando sono in vena. E ognuno di loro arriverà alla stessa conclusione:“Non potete fabbricarci semplicemente un computer universale che esegua tutti i programmi tranne quelli che ci spaventano o ci fanno arrabbiare?” “Non potete semplicemente fabbricarci una Internet che trasmetta qualunque messaggio su qualunque protocollo tra qualunque coppia di punti a meno che il messaggio ci dia fastidio?”
E personalmente capisco che ci saranno programmi che gireranno su computer universali e periferiche e che faranno paura persino a me. Quindi posso capire che chi si batte per limitare i computer universali troverà molti ascoltatori per le proprie tesi. Ma proprio come abbiamo visto nelle guerre per il copyright, vietare certe istruzioni, protocolli o messaggi sarà del tutto inefficace nel prevenire crimini e rimediarvi. E come abbiamo visto nelle guerre per il copyright, tutti i tentativi di controllo dei PC convergeranno verso i rootkit e tutti i tentativi di controllo di Internet convergeranno verso la sorveglianza e la censura. Ed è per questo che tutto questo è importante.
Perché abbiamo speso gli ultimi 10 anni e oltre unanimemente a inviare i nostri uomini migliori a combattere quello che pensavamo essere il capo supremo alla fine del gioco,ma adesso si rivela essere solamente il mini-capo alla fine del livello e la posta in gioco può solo aumentare.
Come membro della generazione dei Walkman, mi sono rassegnato che avrò bisogno di un apparecchio acustico molto prima di morire; naturalmente non sarà un apparecchio acustico, ma un computer che porterò nel mio corpo. Quindi quando salirò in macchina (un computer in cui metto il mio corpo) con un apparecchio acustico (un computer che metto dentro il mio corpo) vorrò sapere se queste tecnologie non saranno progettate per nascondermi qualcosa e per impedirmi di interrompere dei processi in esecuzione su di essi che agiscono contro i miei interessi[fragoroso applauso].
Grazie [l’applauso continua] Grazie. L’anno scorso il Lower Merion School District, in un sobborgo borghese di Philadelphia, si è trovato in guai seri perché è stato scoperto che distribuiva PC agli studenti con precaricato un rootkit che permetteva una sorveglianza remota nascosta attraverso il computer, la sua telecamera e la sua connessione di rete. È risultato che avevano fotografato gli studenti migliaia di volte, a casa, a scuola, quando erano svegli, quando dormivano, quando erano vestiti e quando erano nudi.
Nel frattempo l’ultima generazione di tecnologia per l’intercettazione legale può attivare di nascosto telecamere, microfoni e GPS su PC, tablet e dispositivi mobili. In futuro la libertà richiederà che si sia capaci di monitorare i nostri dispositivi, imporre su di loro regole di funzionamento significative, esaminare e bloccare processi che girano su di essi, mantenerli come servitori leali e non come spie o traditori che lavorano per criminali, teppisti o gente con manie di controllo. Non abbiamo ancora perso, ma dobbiamo vincere la guerra del copyright per mantenere Internet e il PC liberi e aperti. Perché queste sono le risorse delle guerre venture e non potremo continuare a lottare senza di esse. E lo so che può sembrare come un invito alla rassegnazione, ma, come ho detto, questo è solamente l’inizio.
Abbiamo combattuto il mini-capo e questo vuol dire che ci aspettano grandi sfide, ma come ogni bravo disegnatore di livelli di videogiochi, il destino ci ha mandato per primi dei nemici facili per poterci allenare. Abbiamo una vera possibilità: se sosteniamo i sistemi aperti e liberi e le organizzazioni che combattono per loro (EFF, Bits of Freedom, EDRI, ORG, CC, Netzpolitik, La Quadrature du Net e tutte le altre che sono, per fortuna, troppo numerose per citarle tutte) possiamo vincere la battaglia e assicurarci le munizioni che ci serviranno per la guerra.


©2012 by Paolo Attivissimo (http://disinformatico.info). Distribuzione libera, purché sia inclusa la presente dicitura.

Link articolo originale http://attivissimo.blogspot.com/2012/01/cory-doctorow-spiega-perche-i-computer.html

15 febbraio 2011

10 dicembre 2010

Cory Doctorow on Three Strikes Death Penalty (Sub ITA)

“Author and activist Cory Doctorow argues that the Internet is too central to our lives to be taken away for three accusations of copyright infringement. Along the way he proposes that turnabout is fair play, and thus Universal (for example) ought to have its access to the Net taken away if it issues three false accusations of infringement.”
From the description of the interview of Cory Doctorow by David Weinberger at http://blip.tv/file/2857773 , where the real video – dedicated to the public domain – can be viewed and downloaded.
The video can also be subtitled in other languages at http://dotsub.com/view/66aa2ced-22ed-…
This is a light – in Mb – version with just the audio and 3 still pictures, with English captions and French and Italian subtitles

Caricato da calmansi il 23/11/2009

1 agosto 2010

L’economia di Makers di Cory Doctorow

Fonte: http://www.cottica.net/2010/08/30/leconomia-di-makers-di-cory-doctorowthe-economics-of-cory-doctorows-makers/

Autore: Alberto Cottica

Makers è un romanzo, pubblicato nel 2009 dallo scrittore canadese di fantascienza e condirettore di Boing Boing Cory Doctorow. Parla di due imprenditori della scena DIY (quella di MAKE Magazine o della nuova rivoluzione industriale di Wired), Perry Gibbons e Lester Banks, che inventano cose nuove. Le loro invenzioni trasformano il mondo intorno a loro, non solo dal punto di vista tecnico, ma soprattutto da quello sociale ed economico. Esse fomentano la crescita di un modello organizzativo e di business fortemente decentralizzato che nel romanzo si chiama “New Work”. Me l’hanno consigliato alcuni amici physical hackers milanesi, che ho cominciato a frequentare nel 2008.

Quando ho letto il libro per la prima volta l’ho trovato profetico, nel modo in cui sa esserlo la migliore fantascienza; in più mi ha colpito quanto di esso si potesse tradurre direttamente in termini di teoria economica normalmente accettata. Dopo averci riflettuto per circa un anno sono diventato una specie di convertito (così tanto che ho partecipato a progetti basati su Arduino e ho cominciato a sperimentare con la politica economica per i makers). Allo stesso tempo, però – nel contesto di una ricerca, guidata da David Lane, a cui partecipo – ho cominciato a chiedermi se questa società dell’innovazione che stiamo cercando di costruire (almeno stando alla strategia di Lisbona e a molti documenti di politica industriale) sia poi sostenibile. Dopo tutto, se la quantità di innovazione aumenta, l’economia deve crescere a una velocità anch’essa crescente, ed è possibile che questo metta sotto stress l’ambiente naturale, o i nostri limiti umani. L’innovazione ha un lato oscuro? Quanta possiamo assorbirne senza che il sogno diventi un incubo?

Doctorow ha creato un’economia immaginaria abbastanza credibile che somiglia molto alla società dell’innovazione verso cui siamo diretti. Ho deciso di studiarla più da vicino, rileggendo il libro con gli occhi dell’economista. Makers non è stato ancora tradotto in italiano, quindi chi capisce solo la nostra lingua non può leggerlo. Per gli altri, il mio consiglio è: se vi interessano queste cose, leggetelo assolutamente. E’ una lettura stimolante e divertente.

La distruzione creativa di Schumpeter

Il motore princiale dell’economia di Makers è la teoria della distruzione creativa di Joseph Schumpeter. Viene enunciata già dal primo capitolo dal capitano d’industria Langdon Kettlewell, conferenza stampa che annuncia la fusione tra Kodak e Duracell:

Il capitalismo mangia se stesso. Il mercato funziona, e quando funziona trasforma tutto in merce low cost o obsoleta.

Alla fine della conferenza stampa, la giornalista Suzanne Church (ha fatto la giornalista economica a Detroit, occupandosi dello smantellamento dell’industria dell’auto) riflette sul senso di decadenza economica che la perseguita, perfino qui nella Silicon Valley, che in teoria dovrebbe avere incorporato il fallimento come tappa sulla strada del successo:

Era di nuovo immersa in questa atmosfera da declino industriale, con il senso di essere testimone non di un inizio, ma di un eterna fine, un ciclo di distruzione che avrebbe fatto a pezzi tutto ciò che sembrava solido e affidabile nel mondo.

Il crollo di margini e prezzi e l’obsolescenza, però, non dovrebbero essere pensati come un difetto del sistema. Tjan, il manager incaricato da Kodacell per aiutare Perry e Lester, ne è molto consapevole:

Quindi, se vuoi fare molto profitto, devi ricominciare, inventare qualcosa di nuovo, e spremerlo al massimo prima che venga imitato. Più questo succede, più tutto migliora e il suo prezzo scende. È così che siamo arrivati qui, sai? È a questo che serve il sistema.

Guerre di prezzo e equilibrio di Bertrand

Il meccanismo che controlla la distruzione nel processo schumpeteriano in Makers è fatto di intensa concorrenza di prezzo. I prodotti innovativi sono offerti a prezzo ridotto dagli imitatori, e questo permette loro di prendersi l’intero mercato.

In un buon mercato, inventi qualcosa e lo vendi al massimo prezzo che il mercato è disposto a pagarla. Qualcun altro trova un modo di farlo a prezzo più basso, o decide di accontentarsi di un margine minore […] e tu devi ridurre i prezzi per competere. Poi arriva qualcun altro che è meno avido o più efficiente di entrambi, e riduce il prezzo ancora, e ancora e ancora, finché non arrivi […] a una specie di base al di sotto della quale non puoi scendere, il prezzo minimo a cui puoi produrre senza fallire.

A parlare è Tjan, nel suo primo giorno di lavoro all’impresa di Perry e Lester; e quello che dice è una descrizione da manuale della concorrenza di Bertrand, un modello che sfrutta le guerre di prezzo come meccanismo per condurre ad un equilibrio in cui il profitto è zero.

Disoccupazione e problemi di economia del lavoro

La distruzione creativa ridispone i fattori produttivi di un sistema economico, in teoria per il meglio. Purtroppo, alcuni di questi elementi sono persone, e la riallocazione può comportare molto dolore, umiliazione e paura. Doctorow annida i problemi di economia del lavoro in profondità in Makers: la conferenza stampa di Kodacell è interrotta da una protesta di lavoratori licenziati. Nella sua prima email a Suzanne, Kettlewell pone la grande domanda sottostante al sistema:

Cosa succede quando tutto quello che sai fare non serve più a nessuno?

Alcune ricerche iniziate durante la recessione in corso gettano dubbi sulla possibilità di riqualificare grandi masse di lavoratori per adattarli ai mutati bisogni di un’economia basata sull’innovazione (New York Times). L’offerta di lavoro sembra ancora orientata a vendere ore-uomo e si aspetta di essere gestita in modo più o meno tradizionale.

L’innovazione ricombinante di Brian Arthur

Quando Suzanne arriva all’officina di Perry e Lester per vedere cosa fanno, Perry le mostra il loro metodo per inventare, che consiste essenzialmente di ricombinare tecnologia esistente in modi nuovi, come pezzi di Lego. Questo non solo è possibile, ma molto economico e concettualmente semplice, perché, come dice Perry:

Dovunque guardi ci sono aggeggi gratis che hanno tutto quello che serve per fare qualunque cosa ti venga in mente

E Lester è ancora più concreto:

Hai presente che dicono che uno scultore parte con un blocco di marmo e toglie tutto quello che non somiglia a una statua? Come se potesse vedere la statua nel blocco? Io sono così con la spazzatura. Vedo i pezzi buttati nei garages e capisco come metterli insieme

Makers accoglie la prospettiva sull’innovazione dei teorici della complessità, discussa da John Holland, Brian Arthur e altri ricercatori: fare cose nuove è soprattutto trovare nuovi modi di ricombinare tecnologia esistente, come i mattoni del Lego. Le combinazioni di successo, a loro volta, diventano mattoni, così che una tecnologia inizialmente semplice (le famose sei macchine semplici degli antichi greci) evolve verso livelli sempre più alti di sofisticazione.

L’open source e la velocità dei cicli di distruzione creativa

L’abilità di Perry e Lester di combinare le tecnologie in questo modo è enormemente accresciuta dal fatto che tutti i “pezzi del Lego” che gli servono si trovano anche in versione open source. Questo li abilita a sviluppare prototipi che funzionano da materiale disponibile sul mercato, e metterli in produzione senza preoccuparsi di acquistare licenze sui brevetti rilevanti. Questo ha due conseguenze. La prima è che, nel mondo di Makers, sono le tecnologie open source a generare più facilmente ecosistemi, perché le persone come Perry e Lester hanno tutto l’interesse a girare intorno alla tecnologia proprietaria; la seconda è che la velocità dei cicli di distruzione creativa aumenta molto.

Questa potrebbe essere l’intuizione più importante in Makers. Pensateci: a quanto pare, compriamo sempre di più per ecosistemi (Mac-iPhone-iPad-MobileMe, o Google-Android-Google Apps, or Linux-Apache-soluzioni proprietarie basate sul web di IBM); gli ecosistemi crescono più in fretta se possono appoggiarsi su elementi open source, per cui quelli open source tendono a mettere fuori mercato quelli proprietari; ma le innovazioni negli sistemi open source sono quasi impossibili da proteggere, e questo abbassa il loro margine medio perché il periodo in cui fanno profitti alti si accorcia. La soluzione, come dice Tjan (vedi sopra) e come dicono anche quasi tutti i governi, è quella di aumentare il tasso di innovazione. Questo, però solleva il problema di quanto rapidamente i consumatori possono assorbire innovazione. Chiunque usi molto il web conosce la sensazione che le aziende lancino nuovi servizi più rapidamente di quanto possiamo capire se ci servono, o ci piacciono, e qualche volta non abbiamo semplicemente tempo per studiarceli, non importa quanto siano potenzialmente interessanti. Avete presente Google Wave, no? Quindi, è possibile che la parte di distruzione della distruzione creativa prevalga, sprofondando l’economia di Makers in uno stato di bassi margini e bassa crescita economica, in cui le nuove invenzioni, quasi sempre, non riescono a trasformarsi in prodotti di successo sul mercato.

I sistemi produttivi competitivo-cooperativi di Becattini e Brusco

Perry e Lester gestiscono un’unità di business piccolissima (loro due e qualche aiutante) , per cui la loro competitività globale dipende dalla neutralità dei costi unitari rispetto al numero di unità fabbricate – in altre parole, non ci devono essere economie di scala. Infatti la loro officina in Florida è un’unità di produzione di scala efficiente. Secondo Tjan

Le industrie che ieri stavano nelle fabbriche oggi stanno nei garage

Naturalmente, non si può sfuggire al fatto che molte cose sono a buon mercato proprio perché la loro produzione sfrutta le economie di scala. Il trucco è che la produzione dei componenti tende ad essere soggetta a rilevanti economie di scala, ma gli artefatti di cui Perry e Lester si interessano no. In questo scenario, i sistemi produttivi più competitivi sono quelli che combinano l’agilità della disintegrazione orizzontale e verticale con costi di transazione bassi, fiducia reciproca tra gli attori economici e trasparenza informativa. La disintegrazione verticale permette alle imprese di crescere là dove ci sono economie di scala da sfruttare (componenti, chips di silicio); la disintegrazione orizzontale aumenta la concorrenza nel mercato dei prodotti finiti (anche se qualunque produttore si affermi finirà per comprare i componenti da un numero limitato di fornitori – e questo permette di risparmiare i costi di ricollocare la forza lavoro e la capacità produttiva quando un produttore guadagna forti quote di mercato); i costi di transazione bassi permettono a aziende “produttive” verticalmente disintegrate come quella di Perry e Lester

(che fanno poi soprattutto R&S e business development) di costruire rapidamente reti ad hoc di fornitori e partners.

I modelli di distretto industriale di Sebastiano Brusco e Giacomo Becattini hanno proprio queste caratteristiche (come, con sfumatore diverse, i lavori di ricercatori come Charles Sabel, Michael Piore e Annalee Saxenian). In Makers i bassi costi di transazione sono progettati dall’alto attraverso una grande azienda, Kodacell, che si dà una struttura a rete: in Brusco e Becattini, invece, emergono dal basso attraverso convenzioni che evolvono e effetti reputazione in un territorio relativamente piccolo. Così, quando Lester inventa Home Aware, si può costruire un ecosistema con le “squadre” di Kodacell:

Ci sono dieci squadre che fanno organizzazione degli armadi nella rete, e diversi spedizionieri, traslocatori ed esperti di immagazzinamento. Qualche azienda di arredamento […] Il piano è di iniziare a vendere attraverso i consulenti contemporaneamente all’esposizione del prodotto nelle fiere del mobile e dell’arredamento.

Il Living Lab della Commissione Europea

Dopo un incendio alla baraccopoli vicina alla fabbrica, Perry decide di permettere ai suoi abitanti di ricostruire le loro case provvisorie nella fabbrica Kodacell (che prima era un centro commerciale abbandonato), molto grande e in gran parte inutilizzata. Kettlewell cerca di convincerlo a mandarli via. Perry tiene duro: lui, Lester e Tjan stanno comunque pensando di inventare qualcosa per gli homeless.

Abbiamo costruito un Living Lab sulla soglia di casa per esplorare una grande opportunità di mercato per produrre tecnologia sostenibile e a basso costo per un segmento importante della popolazione, quello che non ha un indirizzo fisso. Ci sono milioni di squatters americani e miliardi di squatters nel mondo. Hanno soldi da spendere, e nessuno sta cercando di farseli dare.

Nel mondo reale i Living Labs sono un concetto esplorato dalla Commissione Europea nel contesto della politica dell’innovazione. L’idea è di sostituire i test di gradimento dei nuovi prodotti con test su scala molto più ampia e molto più realistici, resi possibili da reti dense di attori economici che collaborano su uno stesso territorio. La baraccopoli “domestica” di Perry diventerebbe così un modello in scala del mercato degli squatters: Kodacell può inventare un prodotto e collaudarlo rapidamente e a costi bassi su veri consumatori che spendono soldi veri. Ancora più importante, può reclutare gli stessi squatters per aiutarla a identificarei bisogni e progettare i prodotti. E lo fa: questo è il ruolo del leader della baraccopoli, Francis, che collabora strettamente con Perry e Lester per inventare i nuovi prodotti.

Il paradosso di Arrow e il valore delle invenzioni

Il fiasco del New Work è annunciato da una crisi di fiducia degli investitori in Kodacell. Parte del problema è che gli analisti faticano a capire come valutare le invenzioni, che stanno diventando una parte importante del valore delle azioni di Kodacell (l’altra parte è la difficoltà di trovare imprenditori bravi). Kodacell ha lanciato molti nuovi prodotti, e ha rendimenti alti su progetti piccoli. Quanti di questi progetti scaleranno e diventeranno prodotti di grande successo? Kettlewell:

Certo, se guardi [i nostri bilanci] dal nostro punto di vista, sono grandiosi. Se li guardi dal punto di vista di Wall Street, siamo nella m****. Gli analisti non riescono a capire come devono valutarci.

Questa è un’altra versione del famoso paradosso di Kenneth Arrow: i mercati per le informazioni in genere non funzionano bene perché, per stimare con precisione il valore di qualcosa devi sapere tutto ciò che la riguarda. Ma l’informazione, naturalmente, non ha valore di mercato per chi la conosce già. Le invenzioni, essenzialmente, sono informazione: finché non sono sul mercato e hanno percorso la curva di diffusione, è difficile capire quanto valgono davvero.

Il crollo del New Work e lo slittamento nelle preferenze dei consumatori

All’inizio della parte 2 di Makers il movimento New Work è finito. Un crollo in borsa ha distrutto il modello di business di Kodacell, che era stato imitato da altre grandi aziende come Westinghouse (che ha assunto Tjan, strappandolo a Kodacell). Il risultato è che il movimento è morto. Perry e Lester, ancora nel loro centro commerciale abbandonato in Florida, costruiscono “the ride” (difficile da tradurre: è una specie di parco a tema-otto volante- memoriale del New Work), che sarà il centro del resto del libro. Il fiasco del New Work è una delle parti meno convincenti del libro dal punto di vista di un economista: a parte il problema già menzionato di attribuire un valore di mercato alle invenzioni, non si capisce che cosa possa avere provocato più di una fluttuazione di breve termine. Kettlewell:

Gli analisti non riuscivano a capire come valutarci. Aggiungici un po’ di caos sul mercato, un po’ di gente che ha voluto pareggiare vecchi conti […] è già un miracolo che abbiamo resistito così a lungo.

In seguito a questi eventi, i consumatori smettono di comprare i beni prodotti dalle aziende New Work, il che è ancora meno convincente. Come dice Perry:

Le invenzioni non interessano più a nessuno.

Non c’è nessuna ragione ovvia per cui questo dovrebbe succedere. La seconda invenzione di Perry e Lester, Home Aware, ha avuto un grande successo, vendendo un milione di esemplari in sei settimane. In una situazione del genere, se il produttore originale esce dal mercato, in genere altre aziende prendono il suo posto per servire ed espandere la clientela esistente. Dopo il crash delle dotcom nel 2000 i consumatori hanno aumentato la loro domanda dei servizi online che trovavano utili, senza preoccuparsi troppo degli indici di borsa. Yahoo, Google, Amazon hanno continuato a esistere e prosperare, nei rispettivi mercati di sbocco se non sui listini. Ho dato uno sguardo alle serie storiche degli indici NASDAQ e delle vendite tramite e-commerce in America nel periodo 1999-2009, e la correlazione è sostanzialmente inesistente (addirittura negativa), come vedete dal grafico seguente:

Quindi: la società dell’innovazione in Makers è sostenibile?

Le domande sulla sostenibilità sono difficili. Più volte gli scienziati hanno predetto catastrofi suscitando grandi clamori nell’opinione pubblica, che ha rovato queste predizioni convincenti. Da Malthus al Club di Roma e al Millennium Bug, ci siamo sempre cascati: sembra che abbiamo una predisposizione a sottovalutare la capacità di adattamento della società e dell’economia (cambiamenti culturali riducono il tasso di fertilità, l’aumento dei prezzi dell’energia aumenta l’efficienza energetica del PIL e così via). La catastrofe ci sembra in qualche modo convincente: forse è solo un’eredità del nostro passato preistorico, o forse è un mito culturale molto radicato (Apocalisse, Ragnarok ecc.). Certamente, questo suggerisce molta, molta cautela nel fare predizioni in questo senso.

L’economia del New Work è almeno plausibile; la parte meno plausibile è proprio quella della sua fine. Mi sarei aspettato uno sviluppo del tipo: Kodacell e Westinghouse incoraggiano lo spinoff delle loro unità New Work, o le vendono ad aziende più agili e con meno costi fissi. Questo rende economica anche la struttura organizzativa e finanziaria a rete che era stata il vantaggio competitivo di queste grandi aziende per gente come Perry e Lester. Dopo tutto, la storia dell’open source mostra già con chiarezza che non è necessaria una grande organizzazione per coordinare attività complesse. Il libro, però, ha un finale decisamente pessimista: la grande azienda malvagia ha vinto la battaglia contro il movimento The Ride, e ha assunto Lester, neutralizzando il suo potenziale innovativo; Perry è diventato una specie di tecnico errante, solo e impoverito. Doctorow l’economista sembra sostenere l’idea di società dell’innovazione, ma Doctorow l’autore certamente no. Mi chiedo quale dei due Doctorow, alla fine, avrà avuto ragione.

Fonte: http://www.cottica.net/2010/08/30/leconomia-di-makers-di-cory-doctorowthe-economics-of-cory-doctorows-makers/

Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

6 aprile 2010

Cory Doctorow non comprerà un iPad

Filed under: Melting pot — yanfry @ 07:55
Tags:

La giornata di oggi è già stata ribattezzata dai colleghi di Melablog.it come il giorno di iPad: il tablet di Cupertino è finalmente disponibile all’acquisto per i consumatori, essendo stato aggiornato l’Apple Store e riforniti i vari reseller come di consueto in occasione del lancio di un nuovo prodotto. Molte piattaforme si stanno affrettando ad aggiornare servizi e applicazioni per consentirne una visualizzazione ottimizzata su iPad… eppure non tutti sono entusiasti e non si tratta più di scherzi o, parodie sul device. La questione è decisamente più seria.

Chi avesse avuto modo di seguire le discussioni in cui io stesso sono intervenuto nel merito di iPad è già a conoscenza della mia “avversione” nei confronti del tablet di Apple e delle ragioni per cui non ritengo si tratti di una rivoluzione, né di un acquisto appetibile: se sostenere questa tesi è Cory Doctorow – famoso tra le altre cose per essere un editor di Boing Boing – l’argomento assume toni più autorevoli, sebbene il rinomato eloquio dell’autore non disdegni metafore fumettistiche e un linguaggio accessibile a un pubblico variegato.

Doctorow non è nuovo alle polemiche sulle scelte di Cupertino e la sua posizione è sempre stata molto lucida e argomentata: prima si è scagliato contro le restrizioni sui DVD, poi ha criticato il Trusted Computing sui MacIntel. Le motivazioni alla base della scelta di boicottare l’acquisto di iPad – sebbene il termine sia eccessivo – sono estremamente particolareggiate, ma in sintesi possiamo dire che Cory Doctorow consideri il tablet come un gadget pressoché inutile e addirittura “pericoloso” per la libertà dell’informazione a causa della sua chiusura.

Fonte: http://www.downloadblog.it/post/12129/cory-doctorow-non-comprera-un-ipad

26 febbraio 2010

Regalare è meglio che vendere ovvero del perché cory doctorow è meglio di michael crichton

Filed under: Uncategorized — yanfry @ 08:05
Tags: , , ,

A me piace la fantascienza, soprattutto quella sociale (più philip dick che asimov, per capirci). tra gli ormai pochi autori che riesco a leggere ce n’è uno che si chiama cory doctorow, di cui ho recentemente comprato l’ultimo romanzo, makers. ora si dà il fatto che, per ragioni mie, a casa non trovi il tempo di leggere, mentre sui mezzi pubblici sì. se cory doctorow fosse uno scrittore normale sarei costretto a scaricarmi una copia pirata in formato ebook del suo romanzo, cosa che considererei mio diritto in quanto ho comprato il libro di carta e non avrei la minima intenzione di ripagare la stessa cifra per gli stessi contenuti. per l’autore/editore medio avrei compiuto un reato, mentre per cory doctorow no: lui mette i suoi ebook da scaricare gratuiamente sul suo sito (per tutti: anche chi non li ha già comprati), cosa che mi ha permesso di scoprirlo, di apprezzarlo e fa sì che io compri i suoi libri di carta. perché mi piacciono, ma soprattutto perché cory doctorow mi è simpatico e si è comportato in modo onesto e disponibile con me.

l’ultimo romanzo di cory doctorow (qui in ebook gratis), mi ricorda un po’ un altro scrittore che leggevo in passato, michael crichton. Michael Crichton all’inizio non mi era né simpatico né antipatico, poi è successo che si è espresso più volte e con toni molto duri (e dicendo pure qualche grossolana idiozia) contro internet in generale e contro quelli che scaricano i file in particolare. micheal crichton era uno di quegli autori che se potessero porterebbero in tribunale i loro lettori. da quel momento in poi ho smesso di comprare i libri di michael crichton: non solo perché mi era improvvisamente diventato molto antipatico, ma perché se aveva intenzione denunciarmi non mi sembrava saggio dargli i mezzi economici per farlo.

questa cosa gli editori, i discografici, le major del cinema non l’hanno mica ancora capita. non solo questa, ma anche altre: ci sono almeno 5 cose che cory doctorow ha capito e le corporation no, ed è la ragione per cui io e tanti altri come me diamo e i futuro daremo sempre più volentieri i nostri soldi ai cory doctorow di questo mondo e sempre meno ai michael crichton, fino al momento in cui solo i cory doctorow potranno permettersi di restare sul mercato.

il file sharing non si può fermare
per quanto ci si possa provare, con le buone o le cattive, con le tecnologie o le legislazioni, il libero scambio di contenuti digitali è reso possibile dalle tecnologie e quando una tecnologia si è evoluta non la si può far devolvere. teenager, ventenni e anche molti adulti oggi non hanno – e per quanto ci si provi non avranno mai più – la percezione che il file sharing sia un reato. più o meno tutti scaricano o scaricheranno da qui a due anni, e non è possibile mettere in galera tutta la popolazione mondiale.

denunciare i propri lettori non è una buona strategia di marketing
rifiutare la strada del confronto e scegliere quella dello scontro non avrà l’effetto di convincere le persone a smettere di scambiare i file, ma avrà quasi certamente altri due effetti: convincere intere generazioni a scaricare ancora di più e in modi sempre più furbi, e infondere in loro la convinzione che gli adulti sono degli idioti liberticidi e che le loro regole sono senza senso. il consumatore oggi ha il controllo del mercato: se si dipende dal mercato, minacciare chi lo controlla non è una buona idea.

regalare è meglio che vendere
se non sei l’autore più famoso del mondo è meglio essere conosciuti che vendere, perché se prima di tutto non sei conosciuto, non venderai mai, e l’offerta di contenuti sta esplodendo quindi la concorrenza è sempre di più. ma anche se sei l’autore più famoso del mondo, chi vuole scaricare i tuoi contenuti senza pagarli lo farà lo stesso: fattene una ragione. invece di minacciarlo investi la tua testa e i tuoi soldi nel dare buone ragioni a quelli che vogliono pagarti per farlo (fai prezzi onesti, regala i contenuti in altri formati per usi alternativi, inventati extra e  da allegare ai prodotti fisici, investi sull’esperienza dal vivo, conversa con la tua base di fan più appassionata).

essere simpatici è meglio che essere antipatici
c’è bisogno di spiegarlo, che se ho la scelta di premiare qualcuno premierò chi mi è simpatico, è stato onesto e generoso con me, e non chi si è comportato in modo minaccioso, avaro e odioso?

forse “vendere” non è vitale
è ormai chiaro che il futuro è dei modelli di business alternativi che emergono in corso d’opera. il mercato cambia a velocità impensate e incomprensibili, e così le modalità di fornitura, rientro dagli investimenti e remunerazione dei servizi. twitter, facebook, youtube e persino google non avevano un modello di business tradizionale e chiaro, all’inizio: l’hanno trovato strada facendo (alcuni lo stanno ancora cercando, il che non li rende meno meritevoli o di minor successo presso il loro pubblico, anzi).

se il tema di questo post ti interessa, ti consiglio un altro libro di cory doctorow, che mi pare anche il  migliore da far leggere a un teenager in questo momento: little brother (“X” nel titolo italiano).

Fonte: http://www.daimon.it/2010/02/23/regalare-e-meglio-che-vendere/
Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5/deed.it

5 gennaio 2010

Come distruggere il Libro.

Filed under: Melting pot — yanfry @ 18:16
Tags: , , , ,

Il 13 novembre 2009, Cory Doctorow ha parlato a circa un centinaio di bibliotecari, educatori, editori, autori, e studenti, come parte del “Vertice Nazionale sulla Lettura” a Toronto, intitolando il suo intervento “Come distruggere il libro

Questa è la mia traduzione (perdonatemi, sigh) della trascrizione di una parte di ciò che ha detto ripresa dall’articolo di Jade Colbert disponibile qui http://thevarsity.ca/articles/23855.

 

 

Un’elegia per il libro

 

Mi piacerebbe iniziare il mio discorso di oggi, con un’elegia per il libro.

La prima parte dell’elegia si chiama “Pirati”.

 

 

Pirati

 

C’è un potente gruppo di attivisti anti-copyright là fuori che sta cercando di distruggere il libro. Questi pirati distruggeranno il copyright e non hanno alcun rispetto per la nostra proprietà. Essi travestono i loro furti con la nobile retorica su come siano i veri difensori ed eredi della creatività e hanno venduto questa affermazione in tutto il mondo ai politici e ai legislatori.

Ci sono membri del Parlamento e del Congresso che sono eccessivamente influenzati da loro. Dicono che stanno solo cercando di conservare le cose così come sono sempre state. Sostengono che la loro agenda radicale è in qualche modo conservatrice. Ma ciò che veramente vedono è un futuro in cui il mercato elettronico della cultura cresca a passi da gigante in cui essi siano al centro dello stesso. Sostengono che si tratti di etica, ma chiunque ci pensi per un minuto può vedere che si tratta solo di profitto.

 


La seconda parte di questa elegia è intitolata “Il popolo del libro”.

 

 

Il popolo del libro

Noi siamo il popolo del libro. Amiamo i nostri libri. Riempiamo le nostre case con i libri.

Teniamo in gran conto i Libri che abbiamo ereditato dai nostri genitori e abbiamo a cuore l’idea di passare quei libri ai nostri figli. Infatti, quanti di noi hanno iniziato a leggere con un adorato libro, che apparteneva ad uno dei nostri genitori?

Imponiamo libri meritevoli ai nostri amici e insistiamo sul fatto che li leggano. Sentiamo addirittura una strana parentela per la gente che vediamo sugli autobus o sugli aerei leggere i nostri libri, i libri che sosteniamo.

Se qualcuno cerca di portarci via i nostri libri – qualche governo oppressivo, qualche censore “fuori dai binari” – li difendiamo con tutto ciò che abbiamo.

Riconosciamo la nostra tribù quando visitiamo le loro case perché ogni muro è tappezzato di libri. Ci sono in bilico pile di libri accanto al letto e sul pavimento, ci sono masse di tascabili gonfi in bagno.

I nostri libri siamo noi.

Sono i nostri banchi di memoria esterni che contengono le influenze morali, intellettuali, immaginative che ci fanno le persone che siamo oggi.

 

Il Copyright riconosce tutto questo. Esso dice che quando acquisti un libro, tu possiedi il libro.

È tuo per darlo via, è tuo per tenerlo, è tuo per licenziarlo o per prestarlo, per darlo in eredità o per essere messo al sicuro per i tuoi figli.

Per secoli, il copyrigth ha riconosciuto la sacra relazione tra i lettori ed i loro libri. Pensiamo al copyright come qualcosa che regola le cose contenute in un grappolo di secchi – DVD, videogiochi, registrazioni – ma i libri sono molto più di tutte queste cose.

I libri sono più vecchi del copyright. I libri sono più vecchi dell’editoria. I libri sono più vecchi della stampa!

 

Gli attivisti anti-copyright non hanno alcun rispetto per il nostro copyright e per i nostri libri.Dicono che quando acquisti un eBook o un audiolibro che viene consegnato in formato digitale, sei degradato da proprietario a licenziatario. Da un lettore a un semplice utente.

Questi ladri ci consegnano i nostri libri digitali e audiolibri avvolti in contratti di licenza e tecnologie che potrebbero anche essere in grado di distruggere il legame emotivo che i lettori hanno con i loro libri.

 

Queste licenze naturalmente possono avere fino a migliaia di parole.

Se avete un iPhone e comprate un audiolibro da Audible utilizzando iTunes Store, accettate circa 26.000 parole di contratto di licenza.

Solo il Canadian Copyright Act si aggira sulle 33.000 parole.

La premessa di queste licenze è, dimentica il copyright.

Dimentica la legge nella sfera pubblica che ti ha dato i diritti sui tuoi libri. Da ora in poi, noi scriviamo la legge.

 

Queste licenze sono naturalmente costruite con clausole inapplicabili.

Lo potete dire, perché sono generosamente condite con parole come “Se una qualsiasi parte di questa licenza si troverà ad essere inapplicabile, il resto rimarrà in vigore.” Questo è, naturalmente il legalese degli avvocati per dire: “Noi non limitiamo questa alle cose che pensiamo farebbero sorridere un giudice. Abbiamo messo tutto qui. E ‘una sorta di ipotetica lista dei desideri e l’unico modo per scoprire quali parti sono reali e quali parti sono immaginarie è quello di farci causa su ogni punto.”


Tutto ciò è fondamentalmente un modo per dire che il copyright è un’assurdità e che i lettori dovrebbero smettere di prestarvi attenzione ed accettare queste pazzesche licenze abusive.

 

E al di sopra di tali licenze essi aggiungono le tecnologia di gestione dei diritti digitali (DRM).

Le tecnologia di gestione dei diritti digitali, ovviamente, non ha mai impedito ad un libro di uscire su Internet.

Per gli editori che oggi credono che sia possibile acquistare DRM che possano impedire ai propri libri di apparire su Internet senza restrizioni, io dico: “Osservate, la dattilografa.”

 

Quindi, se DRM non impedisce alla gente di copiare i libri, che cosa fa?

Ciò che fà è rendere illegale per qualcuno di creare un lettore in grado di visualizzare un libro o riprodurre un audiolibro.

Immaginate se una gigantesca catena editoriale facesse un accordo con l’Ikea in modo che Ikea sia il fornitore esclusivo di sedie, scaffali e lampadine per la lettura dei suoi libri, e di fatto ottenesse una legge che renda illegale la vendita di altre sedie, librerie e lampadine compatibili con i loro libri. Ciò non sarebbe nell’interesse ne dei lettori, ne degli editori, ne degli scrittori.

Questo sarebbe di grande interesse solo per l’Ikea, perché otterrebbe un blocco sui nostri lettori, che gli consentirebbe di esercitare il potere di annullare il mercato.

Abbiamo sentito gli editori, gli scrittori ed altre persone coinvolte in vari settori creativi lamentarsi per anni per l’indebita influenza esercitata dalle catene come Wal-Mart, perché controllano un canale di distribuzione critico.

Ma immaginate se questo controllo continuasse oltre la tomba, dopo la vendita, in modo che ogni uso dopo la vendita della vostre collezioni imponesse che abbiate un rapporto continuativo con un mero rivenditore o distributore. Immaginate quanto sarebbe negativo per l’editoria.

 

 

La terza parte di questa elegia si chiama “Salvare il libro”.

 

 

Salvare il libro

 

Dopo anni di scrittura, di discussioni e di ragionamenti sui libri, sono giunto ad una semplice ma importante constatazione: io amo i libri.

Non solo la loro lettura o il possederli – ho un profondo attaccamento sentimentale per l’idea stessa di libro.

 

E non solo io. E ‘sociale. Attraversa  tutta la nostra intera società.

Se stai facendo un cortometraggio e vuoi illustrare una società che precipita nella tirannia, puoi semplicemente tagliar via fino ad una scena di una pila di libri in fiamme, e tutti sapranno esattamente che cosa significava.

Se si vuole indicare che un personaggio di un libro è molto simpatico e si menziona di quanto ami leggere e andare in biblioteca, i lettori mostreranno immediatamente simpatia per lei.

I libri hanno questo chiaroscuro di virtù, trasudano virtù e ciò è molto oltre qualsiasi razionalità e ragionevolezza, perché tutti voi, che siete gente del libro, sapete che ci sono molti libri che sono assolutamente indegni di quella virtù, eppure – eppure – quando ho lavorato in una libreria e dovevo strappare i tascabili per rimandarli indietro è stato doloroso strappare le copertine dei libri. Riesco a malapena a convincermi a riciclare la rubrica ogni anno.

E sì, è una cosa meravigliosa essere nell’editoria, perché si ottiene un beneficio impagabile da questo attaccamento sentimentale che le persone hanno per i libri.

La gente acquista i libri perché ama l’idea dei libri. Gli editori stanno pagando oggi costosi consulenti di marketing per aiutarli a comprendere “l’esperienza elettronica” di un libro digitale. L’esperienza di come un libro possa essere consumato.


Il che mi porta alla seconda metà di questa importante constatazione: la parte più importante dell’esperienza di un libro è sapere che può essere di tua proprietà.

Che può essere ereditato dai tuoi figli, che può arrivarti dai tuoi genitori. Che le biblioteche possano archiviarlo, possano prestarlo, che mecenati possano adottarlo.

Che le riviste a cui si è abbonati possano rimanere in una pila in rovina di National Geographics nella soffitta di qualcuno in modo che tu possa riscoprirli in un giorno di pioggia – e che non si smetta di sottoscriverli.

È una specie molto strana di abbonamento quello che porta via le tue riviste quando lo concludi [come avviene con la maggior parte degli abbonamenti istituzionali con Elsevier, il più grande editore al mondo di riviste

mediche e scientifiche].

 

Avere i tuoi libri li come un vecchio amico, che ti segue di casa in casa per tutti i giorni e per le lunghe notti della tua vita: questo è il bene prezioso che è nelle mani dell’editoria di oggi. Ma per qualche ragione l’editoria si prefigge di convincere i lettori che essi non hanno diritto di leggere i loro libri come proprietà – che non dovrebbero affezionarvisi. La parte peggiore di ciò è che in realtà potrebbero far si che ciò accada.

 

 

La quarta parte si chiama “Rispettare il copyright”.

 

 

Rispettare il copyright

 

La gente continua a mostrarmi i lettori ebook che cercano di ricreare l’esperienza libro con belle animazioni che esibiscono lo sfogliarsi della pagine.

Ma se si vuole ricreare la parte importante dell’esperienza libro, la parte per cui la gente continua a comprare i libri per tutta la vita, riempiendo le case con amici preziosi da cui non si separerebbero ne per amore, ne per denaro, allora abbiamo bisogno di recuperare e salvaguardare la proprietà dei libri. Quando compro un libro, è mio.

Non c’è alcun meccanismo, nemmeno di fronte a un ordine del tribunale, in cui un rivenditore può riprendersi un mio libro, eppure Amazon lo fà – questa è la cosa più straordinaria che abbiano fatto negli Stati Uniti – avete sentito parlare naturalmente di qualcuno che aveva messo una copia di 1984 di Orwell nello Store Kindle, e non c’era la licenza per la distribuzione in USA – naturalmente Orwell è di dominio pubblico al di fuori degli Stati Uniti, in copyright negli USA – Amazon ha risposto a questa notizia revocando il libro 1984 ai suoi clienti di ebook.

Dopo che lo avevano comprato, si svegliarono una mattina per scoprire che il loro libro era sparito.

Ma Amazon ha effettivamente reagito abbastanza bene.

Dopo averci pensato per un giorno, e affrontato la tempesta mediatica, hanno deciso di ripristinare i libri – li hanno ridati alle persone e hanno fatto una promessa: “Non ci riprenderemo mai mai mai mai mai e poi mai più i tuoi libri. A meno che non dobbiamo”.

 

Ora, ho lavorato come libraio per un certo numero di anni in questa città, e non ho mai dovuto fare questa promessa a nessuno dei miei clienti quando compravano libri. La progettazione di un reader di ebook in modo che questi libri possono essere cancellati senza che il lettore ne abbia conoscenza o ne abbia dato il consenso viola la Prima Legge di Cechov sulla narrativa: ogni pistola sulla mensola del caminetto nel Primo Atto è obbligata a sparare nel Terzo Atto.

 

Quando compro un audiolibro su CD, è mio.

Il contratto di licenza, così come è, dice “non violare le leggi sul copyright”, e io posso rippare quel CD come MP3, posso caricarlo sul mio iPod o un qualsiasi altro device – è mio, posso darlo via, posso venderlo, è mio.

Ma quando acquisti un audiolibro attraverso Audible, che ora controlla il 90 per cento del mercato [scaricabile] dell’audiolibro, ottieni un contratto di licenza, non un diritto di proprietà.

Le cose che si possono fare con esso sono limitate dal DRM; i player con cui lo puoi ascoltare sono limitati dagli accordi di licenza con Audible. Audible non lo fa perché sono gli editori a chiederglielo. Audible e iTunes, perchè Audible è l’unico fornitore di iTunes, lo fanno perché questo è nel loro interesse.

 

Per spiegarvi come so queste cose: il mio ultimo libro è stato un audiolibro della Random House.

Siamo andati da Audible e abbiamo detto: “Distribuite questo libro senza DRM nel vostro negozio?”, e loro hanno detto, “No.” Quando glielo abbiamo chiesto per questo, Makers, che appena uscito questa settimana – ancora una volta, un’audiobook della Random House – Random House che è ovviamente il più grande editore al mondo, uno dei maggiori clienti – siamo andati da Audible e abbiamo detto: “Lo farete questo?” e Audible ha risposto: “Perché no, lo faremo. Ma iTunes non vuole gestirlo”

 

Chi afferma che i lettori non possono e non vogliono e non devono possedere i propri libri sono inclini alla distruzione del libro, la distruzione dell’editoria e alla distruzione degli scrittori stessi.

Dobbiamo impedire che vengano autorizzati a farlo.

La biblioteca di domani dovrebbe essere migliore della biblioteca di oggi.

La capacità di prestare i nostri libri a più di una persona alla volta è una caratteristica, non un bug.

Lo sappiamo tutti. E ‘ora di smettere di fingere che i pirati del copyright siano nel giusto.

Queste persone sono state lettori prima di essere editori, prima di essere scrittori, prima di aver lavorato nel dipartimento legale, prima di essere agenti, prima di essere venditori e marketers. Noi siamo il popolo del libro, e abbiamo bisogno di cominciare ad agire di conseguenza.

 

 

E questa è la fine dell’elegia.

26 dicembre 2009

Diffusione digitale e pagamenti: parla Cory Doctorow

Filed under: Melting pot — yanfry @ 10:29
Tags: ,
Per lui uno scrittore dovrebbe abbracciare la strategia del dente di leone, quando si tratta di diffusione in internet delle sue opere.

In un articolo che appare sul numero di settembre della rivista americana Locus, lo scrittore Cory Doctorow fa il punto sulla situazione della diffusione digitale e, di conseguenza, sui pagamenti.

Va ricordato che Doctorow è un fermo sostenitore dei Creative Commons (CC), le licenze che permettono la trasmissione al pubblico delle opere da parte dei detentori dei rispettivi copyrights in modo da favorirne la libera circolazione, tanto che ogni sua opera è generalmente disponibile sia come libro, che come file da scaricare.

Ecco la sostanza dell’articolo.

In precedenza Doctorow aveva invitato gli scrittori (ma non solo) a pensare come dei “dandelion”, ovvero dei denti di leone, che si riproducono spargendo i propri semi nel vento con il maggior raggio possibile, ma anche il minor costo possibile; senza preoccuparsi che ogni seme abbia singolarmente successo, ma piuttosto preoccupandosi di sfruttare tutte le possibilità di successo.

E i denti di leoni sono diffusi ovunque.

Mettendosi nei panni di un dente di leone, Doctorow dice che non gli importa che chiunque entri in possesso di un suo libro lo paghi, ma che chiunque voglia farlo abbia la possibilità di farlo e di farlo bene. Non gli interessa scuotere un tredicenne fino a quando non gli caschino i soldi del pranzo dalle tasche, ma che i suoi genitori, nell’istante in cui decidono di fare un regalo, pensino come prima cosa a un suo libro in edizione da 20 o 30 dollari.

Si tratta di qualcosa di diverso della strategia attuale delle vendite dei lavori creativi su intenet, impostato sui micropagamenti, ovvero che basti abbassare il costo a pochi centesimi per vendere così a tutti i potenziali acquirenti (cosa che presuppone anche che i costi dei pagamenti con le carte di credito si abbassino a tal punto da permetterlo grazie a computer più veloci o accorpamenti nelle spese).

Per Doctorow non è così, o almeno non a un livello per cui ne valga la pena. Nell’istante in cui lo scrittore prende dei soldi dal lettore (saltando così l’intermediario che è l’editore) la relazione scrittore-lettore diventa scrittore-cliente, mentre compito dello scrittore sarebbe quello di produrre la sua opera al meglio delle sue possibilità, non ignorando il mercato, ma lasciando che questo sia di competenza del suo editore. Quando il lettore diventa cliente diretto ha il diritto di trattare lo scrittore come se fosse un editore e di esigere da quello che compra quello che più desidera.

Quando il lettore compra e scarica un libro digitale il problema aumenta. Se l’opera non è di suo gradimento, può solo relegarlo a una zona dimenticata del suo hard disk e non ha neppure la consolazione di aver avuto un oggetto fisico in cambio dei suoi soldi.

In un mondo ideale, sempre secondo Doctorow, chi ha poca disponibilità dovrebbe poter ricevere l’edizione elettronica gratis (dato che non costa quasi nulla in termini di distribuzione) e agire come il vento che sparge i semi del dente di leone: parlando ad altri dei suoi meriti (anzi, non agirebbe neppure a caso, dato che ne parlerà ai più interessati).

Chi sente del libro, e ha disponibilità finanziaria, avrà la possibilità di comprare il libro con tutte le conseguenze positive per l’editore e l’autore che ne conseguono, sia in termini di vendita che di visibilità.

Prendere soldi da qualcuno ha comunque un costo (registri, spese di transazione, costi emotivi e sociali). I micropagamenti hanno eliminato il contante, ma non i costi intangibili e per uno scrittore con decine di migliaia di lettori questi non possono essere ignorati.

Autore: Alberto Priora – Data: 24 settembre 2008
Pagina successiva »

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.