Cory Doctorow in Italiano

22 dicembre 2009

Scroogled: Google controlla le vostre mail, i vostri video, il vostro calendario, le vostre ricerche… E se controllasse la vostra vita?

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Originale http://craphound.com/?p=1902

Traduzione a cura di http://collanediruggine.noblogs.org/post/2007/11/29/scroogled

Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/us/

Immagine di Stojance su Flickr

Scroogled: Google controlla le vostre mail, i vostri video, il vostro calendario, le vostre ricerche… E se controllasse la vostra vita?
di Cory Doctorow
Datemi due righe scritte dall’uomo più onesto, e io vi troverò di che impiccarlo.
Cardinale Richelieu
Su di voi non sappiamo abbastanza.
Eric Schmidt, CEO di Google
Greg atterrò all’aeroporto internazionale di San Francisco alle otto di sera, ma quando finalmente giunse in cima alla coda
alla dogana era passata mezzanotte. Era spuntato fuori dalla prima classe con la pelle color nocciola, la barba di due giorni e
i muscoli rilassati di un mese di spiaggia a Cabo (passato a fare immersioni tre volte a settimana e a girare attorno alle
studentesse francesi il resto del tempo). Quando era partito dalla città un mese prima era un rottame, con le spalle cascanti e
la pancia prominente. Adesso era un dio abbronzato e attirava gli sguardi ammirati delle hostess in fondo alla cabina.
Quattro ore di fila alla dogana dopo si era lentamente ritrasformato da dio in uomo. Il lieve stato di euforia si era esaurito, il
sudore gli colava giù per il culo e le spalle e il collo erano tanto tesi che al posto della schiena gli pareva di avere una
racchetta da tennis. Le batterie dell’iPod erano morte da un pezzo e a lui non era rimasto altro da fare che mettersi a origliare
i discorsi della coppia di mezz’età davanti a lui.
– Le meraviglie della tecnologia moderna, – disse la donna indicando con la spalla un cartello lì vicino: Immigration –
Powered by Google.
– Mi pareva che non dovessero iniziare prima del mese prossimo –. L’uomo si passava di continuo un sombrero dalla testa
alle mani.
Google alla frontiera. Cristo santo. Greg era andato via da Google sei mesi prima, liquidando le sue azioni per prendersi “un
po’ di tempo per me”, tempo che alla fine si rivelò meno appagante di quanto si fosse aspettato. Nei cinque mesi che
seguirono non fece quasi altro che riparare i PC degli amici, guardare la TV tutto il giorno e mettere su cinque chili, che si
spiegò con il fatto che era restato a casa invece di andare al Googleplex, con la sua palestra ben equipaggiata e aperta
ventiquattr’ore su ventiquattro.
Certo: doveva immaginarselo. Il governo USA aveva sperperato quindici miliardi di dollari in un programma di raccolta delle
impronte digitali e delle fotografie di chiunque passasse dalla frontiera e non aveva preso neanche un terrorista. Era chiaro
che il settore pubblico non era attrezzato per Effettuare Ricerche Appropriate.
L’agente del dipartimento di sicurezza aveva le borse sotto gli occhi e lanciava occhiate al suo monitor, picchiettando sulla
tastiera con dita come salsicciotti. Non stupiva che ci volessero quattro ore per uscire da quel dannato aeroporto.
– ’sera, – disse Greg consegnando all’uomo il suo passaporto sudaticcio. L’agente grugnì e glielo strappò di mano, poi si
mise a fissare lo schermo battendo sui tasti. Un sacco. Aveva un pezzetto di cibo seccato all’angolo della bocca e la sua
lingua spuntò fuori e lo leccò.
– Vogliamo parlare del giugno 1998? –
Greg distolse lo sguardo dal cartello Partenze. – Scusi? –
– Il 17 giugno 1998 ha pubblicato un messaggio su alt.burningman riguardo alla sua intenzione di partecipare a un festival.
Ha chiesto: “Ma i funghetti sono proprio un’idea tanto malvagia?” –
L’interrogatore della sala accessoria di controllo era piuttosto anziano, e tanto macilento che pareva fosse stato intagliato nel
legno. Le sue domande andarono molto più a fondo dei funghetti.
– Mi parli dei suoi hobby. Si interessa di modellini di razzi? –
– Come? –
– Modellini di razzi –.
– No, – disse Greg. – Assolutamente no –. Cominciava a capire dove volevano andare a parare.
L’uomo prese un appunto, pigiò qualche tasto. – Vede, se gliel’ho chiesto è perché noto un forte picco sulle inserzioni di
componenti di razzi in corrispondenza dei risultati delle sue ricerche e della sua casella di posta su Google –.
Greg avvertì uno spasmo alle viscere. – State controllando le mie ricerche e la mia posta elettronica? – Non toccava una
tastiera da un mese, ma sapeva che probabilmente quello che aveva inserito in quella barra di ricerca rivelava più cose su di
lui di quante non ne dicesse al suo strizzacervelli.
– Signore, stia tranquillo, la prego, – disse l’uomo con un fischio di scherno. – No, non sto controllando le sue ricerche:
sarebbe incostituzionale. Noi vediamo solo le pubblicità che compaiono quando legge la sua posta o effettua ricerche. Ho
una brochure che spiega tutto. Gliela darò appena avremo finito –.
– Ma le pubblicità non significano niente, – farfugliò Greg. – Mi spunta la pubblicità delle suonerie di Ann Coulter1 ogni
volta che ricevo una mail dal mio amico di Coulter, nell’Iowa! –
L’uomo annuì. – Capisco, signore. Ed è per questo che sono qui a parlare con lei. Secondo lei come mai le inserzioni dei
modellini di razzi compaiono tanto spesso? –
Greg si lambiccò il cervello. – Va bene, faccia così. Cerchi “fanatici del caffè” –. Era stato molto attivo in quel gruppo: li
aveva aiutati a costruire il sito per il loro servizio di abbonamento al “caffè del mese”. La miscela con cui lo avrebbero
lanciato si chiamava Carburante jet. “Carburante jet” e “lanciare”: probabilmente quelle parole avrebbero fatto sputar fuori a
Google delle inserzioni di modellini di razzi.
1 Ann Hart Coulter è una giornalista conservatrice statunitense nota per lo stile polemico, N.d.T.
Erano in dirittura d’arrivo quando l’uomo intagliato nel legno trovò le foto di Halloween. Erano sepolte nella terza
schermata dei risultati di ricerca su “Greg Lupinski”.
– Era una festa a tema sulla guerra del Golfo, – disse lui. – Al Castro –.
– E lei è vestito da…? –
– Attentatore suicida, – rispose lui imbarazzato. Bastò pronunciare quelle parole a farlo sobbalzare.
– Venga con me, signor Lupinski, – disse l’uomo.
Quando lo rilasciarono erano le tre di notte passate. Le sue valigie stavano abbandonate vicino al nastro dei bagagli. Le
raccolse e vide che erano state aperte e richiuse senza troppi complimenti. I vestiti spuntavano fuori dai bordi.
Quando tornò a casa si accorse che le sue finte statuette precolombiane erano state tutte rotte e al centro della sua camicia
messicana di cotone bianco nuova di zecca c’era un’inquietante impronta di scarpone. I suoi vestiti non odoravano più di
Messico. Odoravano di aeroporto.
Non sarebbe riuscito a addormentarsi. Assolutamente. Doveva parlarne con qualcuno. C’era solo una persona che avrebbe
capito. Per fortuna di solito a quell’ora era sveglia.
Maya aveva cominciato a lavorare da Google due anni dopo Greg. Era stata lei a convincerlo ad andare in Messico dopo che
aveva liquidato le azioni: dovunque potesse riavviare la sua esistenza, aveva detto.
Maya aveva due giganteschi labrador color cioccolato e una ragazza molto, molto paziente di nome Laurie che accettava
qualunque cosa tranne di essere trascinata in giro per il Dolores Park alle sei del mattino da centosessanta chili di sbavante
natura canina.
Mentre Greg le si avvicinava di corsa, Maya fece per prendere lo spray antiaggressione, poi, a scoppio ritardato, spalancò le
braccia, lasciando cadere i guinzagli e bloccandoseli sotto la scarpa. – Dov’è finito tutto il resto? Amico, sei diventato un
gran figo! –
Lui ricambiò l’abbraccio, rendendosi conto all’improvviso del suo odore dopo una notte di intrusioni via Google. – Maya, –
disse, – cosa sai di Google e del dipartimento di sicurezza nazionale? –
Non fece in tempo a finire la domanda che lei si irrigidì. Uno dei cani si mise a uggiolare. Lei si guardò attorno, poi indicò i
campi da tennis con un cenno del capo. – In cima al lampione laggiù; non guardare, – disse. – È uno dei nostri access point
WiFi municipali. Webcam grandangolari. Guarda dall’altra parte mentre parli –.
Nel grande schema delle cose, a Google non era costato tanto installare webcam in tutta la città. Soprattutto se si
considerava la sua capacità di proporre pubblicità a ognuno in base a dove si trovava. Greg non ci aveva fatto molto caso
quando le telecamere e tutti quegli access point erano stati aperti al pubblico: per un giorno intero sui blog si era scatenato il
putiferio mentre tutti giocavano con il nuovo giocattolo onniveggente zoomando su varie zone frequentate dalle prostitute,
ma dopo un po’ lo scalpore si era esaurito.
Sentendosi idiota, Greg bofonchiò: – Mi stai prendendo in giro –.
– Vieni con me, – disse lei girando le spalle al lampione.
I cani non furono felici di accorciare la passeggiata ed espressero il loro scontento in cucina mentre Maya preparava il caffè.
– Con il dipartimento di sicurezza siamo giunti a un compromesso, – disse prendendo il latte. – Loro hanno acconsentito a
non attingere più ai nostri archivi delle ricerche e noi abbiamo accettato di fargli vedere le pubblicità che comparivano nelle
schermate degli utenti –.
A Greg venne la nausea. – Perché? Non dirmi che Yahoo già lo stava facendo… –
– No, no. Be’, sì. Yahoo lo stava facendo. Ma non è questo il motivo per cui Google ha seguito l’esempio. Lo sai: i
repubblicani odiano Google. Da noi la maggioranza è iscritta al partito democratico, quindi facciamo quello che possiamo
per farci la pace prima che ci bastonino. Non sono I.I.P. – Informazioni Identificative Personali, lo smog tossico dell’età
dell’informazione. – Sono solo metadati. Quindi è solo un po’ malvagio –.
– E allora perché tutte queste precauzioni? –
Maya sospirò e abbracciò il labrador che le si strusciava sul ginocchio con l’enorme testa. – I servizi sono come pidocchi.
Arrivano dappertutto. Si presentano alle nostre riunioni. È come in un ministero sovietico. E le autorizzazioni speciali…
siamo divisi in due fronti: gli autorizzati e i sospetti. Sappiamo tutti chi non ha l’autorizzazione, ma nessuno sa perché. Io ce
l’ho. Per mia fortuna, essere lesbica non significa più essere esclusa. Un autorizzato non si degnerebbe mai di pranzare
assieme a un inautorizzabile –.
Greg era molto stanco. – Quindi direi che sono stato fortunato a uscire vivo dall’aeroporto. Avrei potuto finire tra gli
“scomparsi” se mi fosse andata male, eh? –
Maya lo guardò fisso. Lui aspettò una risposta.
– Che c’è? –
– Ora io ti dico una cosa, ma tu non dovrai mai farne parola con nessuno, va bene? –
– Ehm… non è che fai parte di qualche cellula terroristica, vero? –
– No, è meno semplice di così. La storia è questa: l’esame di sicurezza aeroportuale è come un varco doganale informatico.
Permette agli sbirri di restringere i criteri di ricerca. Quando ti trattengono alla frontiera per il controllo secondario, diventi
una “persona interessante” e non ti mollano mai più. Cercheranno minuziosamente il tuo viso e la tua andatura con le
webcam. Ti leggeranno la posta. Controlleranno le tue ricerche –.
– Non avevi detto che i giudici non glielo avrebbero permesso?… –
– I giudici non gli permetterebbero di passarti indiscriminatamente al vaglio di Google. Ma una volta che entri nel sistema, la
ricerca diventa selettiva. Tutto legale. E quando cominciano a studiarti con Google, qualcosa lo trovano sempre. Tutti i tuoi
dati finiscono in un grande imbuto che cerca “schemi sospetti” usando la devianza dalla norma statistica per inchiodarti –.
Greg si sentì come se dovesse vomitare. – Com’è potuto succedere? Google era un bel posto. “Non essere malvagio”,
giusto? Era il motto aziendale, e per Greg era stato uno dei motivi principali per prendere il diploma di dottorato in
informatica a Stanford e portarlo direttamente a Mountain View.
Maya rispose con una risata dura. – Non essere malvagio? Ma dai, Greg. La nostra lobby è formata dallo stesso manipolo di
criptofascisti che ha tentato di silurare Kerry. Il tabù della malvagità l’abbiamo rotto da un bel pezzo –.
Restarono zitti per un minuto.
– È tutto cominciato in Cina, – continuò lei infine. – Una volta che ce li abbiamo trasferiti, i server sono passati sotto la
giurisdizione cinese –.
Greg sospirò. Conosceva il raggio d’azione di Google fin troppo bene: ogni volta che visitavi una pagina con la pubblicità di
Google, usavi le mappe di Google o la posta di Google, e perfino se mandavi un messaggio a un utente di Gmail, la
compagnia raccoglieva diligentemente informazioni su di te. Di recente il software di ottimizzazione delle ricerche aveva
iniziato a usare i dati per adattare le ricerche Web al singolo utente. Lo strumento si era rivelato rivoluzionario per i
pubblicitari. Un governo autoritario avrebbe avuto altri obiettivi in mente.
– Ci hanno usato per costruire i profili di tutti quanti, – continuò Maya. – Quando c’era qualcuno che volevano arrestare,
venivano da noi e trovavano un motivo per pigliarli. Sulla rete non c’è quasi niente che tu possa fare che non sia illegale in
Cina –.
Greg scosse la testa. – Perché avevano tutto questo bisogno di mettere i server in Cina? –
– Il governo aveva detto che ci avrebbe bloccato comunque. E Yahoo era già lì –. Fecero entrambi una smorfia. A un certo
punto ai dipendenti di Google era venuta l’ossessione di Yahoo, e cominciarono a stare più attenti alle conseguenze della
competizione che alle prestazioni della loro azienda. – Allora ci siamo andati. Ma a molti di noi l’idea non è piaciuta –.
Maya fece un sorso di caffè e abbassò la voce. Uno dei cani stava annusando con insistenza sotto la sedia di Greg.
– Quasi subito i cinesi ci hanno chiesto di cominciare a censurare i risultati delle ricerche, – disse Maya. – Google ha
accettato. La versione aziendale era da morire dal ridere: “Non stiamo facendo del male: stiamo offrendo ai consumatori uno
strumento di ricerca migliore! Se gli mostrassimo dei risultati cui loro comunque non potrebbero accedere, rimarrebbero
soltanto frustrati. Sarebbe un’esperienza negativa di utilizzo” –.
– E adesso? – Greg allontanò un cane. Maya ne parve ferita.
– Adesso sei una persona interessante, Greg. Google ti pedina. Adesso vivi tutta la tua vita con qualcuno che ti sta
costantemente dietro una spalla a osservarti. Sai qual è l’obiettivo, no? “Organizzare le informazioni del mondo”. Ogni cosa.
Dagli ancora cinque anni e sapremo quanti stronzi c’erano nella tazza prima che tirassi lo sciacquone. Unisci il tutto
all’automatico sospetto per chiunque corrisponda al quadro statistico del tipo cattivo e sei… –
– Fottuto2 –.
– Completamente, – annuì lei.
Maya portò i due labrador nella camera da letto in fondo al corridoio. Lui la sentì discutere sottovoce con la compagna e lei
tornò sola.
– Posso risolvere io la cosa, – disse in un sussurro incalzante. – Quando i cinesi hanno cominciato a fare retate, con i miei
podmate abbiamo dedicato il nostro progetto del 20 per cento a metterglielo in culo –. (Tra le innovazioni apportate da
Google all’azienda c’era la regola per cui ogni dipendente doveva dedicare il 20 per cento del suo tempo a progetti personali
di nobili intenti.) “Lo chiamiamo Googlecleaner. Si infila nel data base e ti normalizza a livello statistico. Le tue ricerche, i
tuoi istogrammi su Gmail, i tuoi schemi di navigazione. Tutto. Greg, posso ripulirti. È l’unica soluzione –.
– Non voglio che ti cacci nei guai –.
Lei scosse la testa. – Io sono già condannata. Ogni giorno che passa da quando ho creato questa dannata cosa è tempo preso
in prestito: non ci vorrà molto prima che qualcuno faccia notare la mia esperienza e la mia storia al dipartimento di sicurezza
e poi, oh, non so. Qualunque cosa facciano alle persone come me nella guerra dei sostantivi astratti –.
A Greg tornò in mente l’aeroporto. La perquisizione. La sua camicia, l’impronta di scarpone nel centro.
– Fallo, – disse.
Il Googlecleaner fece miracoli. Greg lo capì dalle pubblicità che spuntarono accanto alle sue ricerche, pubblicità chiaramente
dirette a qualcun altro: dati sul design intelligente, corsi universitari online, un futuro senza terrore, un software per bloccare
i siti porno, il problema degli omosessuali, biglietti scontati per Toby Keith3. Erano gli effetti del programma di Maya. Era
chiaro che la nuova ricerca personalizzata di Google lo aveva classificato come tutta un’altra persona, un conservatore
timorato di Dio con un debole per la musica folk.
A lui la cosa stava benissimo.
Poi cliccò sulla rubrica e trovò che mancavano metà dei suoi contatti. La sua cartella della posta in entrata su Gmail aveva
tanti buchi quanto un tronco infestato dalle termiti. Il suo profilo su Orkut, normalizzato. Il calendario, le foto di famiglia, i
segnalibri: tutto vuoto. Prima di allora non si era mai reso davvero conto di quante cose della sua vita fossero migrate sul
web e si fossero infilate nelle webfarm di Google: tutta la sua identità online. Maya lo aveva ripulito da cima a fondo: era
diventato l’uomo invisibile.
Greg pestò assonnato i tasti del portatile che aveva accanto al letto, riportando in vita lo schermo. Lanciò un’occhiata
all’orologio lampeggiante sul pannello della scrivania: 4.13 del mattino! Cristo santo, chi era che veniva a bussare alla porta a
quell’ora?
Gridò: – Arrivo! – con voce impastata e si infilò una vestaglia e le pantofole. Ciabattò nel corridoio, accendendo una luce
dopo l’altra. Alla porta, strizzò l’occhio nello spioncino e vide Maya che gli ricambiava cupa lo sguardo.
Tolse la catena e il catenaccio e spalancò la porta. Maya si precipitò dentro alle sue spalle, seguita dai cani e dalla compagna.
Era madida di sudore e i capelli solitamente pettinati le stavano appiccicati alla fronte a ciocche. Si stropicciò gli occhi, che
erano rossi e cerchiati.
2 In Inglese “Scroogled”, gioco di parole tra “screw”, fottere, e Google: è questo l’intraducibile titolo del racconto, N.d.T.
3 Cantante folk conservatore, N.d.T.
– Fa’ i bagagli, – disse rauca.
– Come? –
Lo prese per le spalle. – Fa’ come ti dico, – disse.
– Dove vuoi…? –
– In Messico, probabilmente. Non lo so ancora. Fa’ i bagagli, cazzo –. Entrò in camera sua spingendolo di lato e si mise a
spalancare cassetti.
– Maya, – disse lui secco, – io non vengo da nessuna parte finché non mi dici che succede –.
Lei gli lanciò uno sguardo truce e si scostò i capelli dal viso. – Il Googlecleaner vive di vita propria. Dopo che ti ho ripulito,
l’ho spento e me ne sono andata. Era troppo pericoloso usarlo di nuovo. Però lui è comunque impostato per mandarmi
messaggi di conferma ogni volta che entra in funzione. Qualcuno lo ha usato sei volte per ripulire tre utenti molto specifici:
utenti che per puro caso sono quelli di membri della commissione commercio del senato candidati alla rielezione –.
– Da Google c’è qualcuno che getta fango sui senatori? –
– Non da Google. Proviene da qualche altra parte. Il gruppo di indirizzi IP di cui fa parte è registrato a Washington. E gli IP
sono tutti usati da utenti Gmail. Indovina a chi appartengono le caselle –.
– Hai sbirciato nelle caselle Gmail? –
– E va bene. Sì. Gli ho guardato la posta elettronica. Lo fanno tutti, in continuazione, e per motivi molto peggiori dei miei.
Ma fa’ attenzione: viene fuori che tutta quest’attività è diretta dalla nostra lobby. Stanno solo facendo il loro mestiere:
difendere gli interessi dell’azienda –.
Greg si sentiva il sangue pulsare nelle tempie. – Dovremmo parlarne con qualcuno –.
– Non servirà a niente. Sanno tutto di noi. Possono vedere ogni ricerca. Ogni e-mail. Tutte le volte che siamo stati ripresi da
una webcam. Chi fa parte della nostra comunità… sapevi che se su Orkut hai 15 amici è statisticamente provato che non sei a
più di tre passi da qualcuno che ha versato un contributo a una causa “terroristica”? Ti ricordi dell’aeroporto? Stavolta sarà
molto più dura –.
– Maya, – disse Greg, cercando di riprendere il controllo. – Andarsene in Messico non è un po’ esagerato? Licenziati e basta.
Possiamo fondare un’azienda nostra o qualcosa del genere. Questa è una follia –.
– Oggi sono venuti da me, – disse lei. – Due agenti della sezione politica del dipartimento di sicurezza. Sono rimasti ore. E
mi hanno fatto un sacco di domande pesanti –.
– Sul Googlecleaner –.
– Sui miei amici e sulla mia famiglia. Sulla mia cronologia di ricerca. Sulla mia storia personale –.
– Gesù –.
– Mi stavano lanciando un messaggio. Osservano ogni click e ogni ricerca. È ora di andare. Di mettersi fuori tiro –.
– In Messico Google ha una sede, lo sai, no? –.
– Dobbiamo andarcene, – disse lei, decisa.
– Laurie, tu che ne pensi? – chiese Greg.
Laurie diede un buffetto tra le spalle ai cani. – I miei se ne sono andati dalla Germania Est nel ’65. Mi hanno raccontato
della Stasi. La polizia segreta chiudeva tutto quello che c’era su di te nella tua cartella personale: se raccontavi una barzelletta
poco patriottica, tutto quanto. Che lo volesse o no, quello che Google ha creato non è diverso –.
– Greg, vieni? –
Lui guardò i cani e scosse la testa. – Ho dei pesos che avanzano, – disse. – Prendeteli. E state attente, va bene? –
Maya dava l’impressione di volerlo prendere a pugni. Poi, addolcendosi, lo strinse in un abbraccio feroce.
– Sta’ attento anche tu, – gli sussurrò in un orecchio.
Vennero a cercarlo dopo una settimana. A casa, nel cuore della notte, proprio come se l’era immaginato lui.
Due uomini si presentarono alla sua porta poco dopo le due del mattino. Uno rimase in silenzio sull’uscio. L’altro era del
tipo cordiale, basso e grinzoso, una giacca sportiva con una macchia su un risvolto e una bandiera americana sull’altro. –
Greg Lupinski, abbiamo motivo di credere che lei abbia violato la Legge sulla frode e gli abusi informatici, – disse per tutta
presentazione. – Nella fattispecie, per violazione di accesso protetto e per essersi procurato informazioni con questo genere
di condotta. Dieci anni per un incensurato. Ci risulta che quello che lei e la sua amica avete fatto con i nostri archivi di
Google sia classificabile come reato penale. E oh, chissà cosa verrà fuori al processo… tutta la roba che avete cancellato dal
suo profilo, tanto per cominciare –.
Greg si era figurato questa scena per una settimana. Si era immaginato ogni sorta di cose coraggiose da dire. Così aveva
trovato qualcosa da fare mentre aspettava notizie di Maya. Lei non aveva chiamato.
– Vorrei parlare con un avvocato, – fu tutto quello che riuscì a tirar fuori.
– Certo, può farlo, – disse il piccoletto. – Ma forse possiamo trovare un accordo migliore –.
Greg ritrovò la voce. – Vorrei vedere il suo distintivo, – balbettò.
Il viso da bassotto del tizio si illuminò mentre lui emetteva una risatina divertita. – Amico, io non sono uno sbirro, – ribatté.
– Sono un consulente. Google mi paga (la mia ditta rappresenta i suoi interessi a Washington) per stabilire rapporti. Ovvio
che non coinvolgeremmo la polizia senza averne prima parlato con lei. Lei è di famiglia. A dire il vero, avrei un’offerta da
farle –.
Greg si voltò verso la macchina del caffè e buttò il filtro usato.
– Io mi rivolgo ai giornali, – disse.
L’uomo annuì come se ci stesse riflettendo su. – Be’, certo. Potrebbe entrare negli uffici del Chronicle domattina stesso e
raccontare tutto. Loro cercherebbero una fonte per confermare la cosa. Non ne troveranno neanche una. E quando
tenteranno di cercarla, noi li troveremo. Quindi, amico, che ne dice di starmi a sentire? Il mio è un lavoro in cui si vince
soltanto. E io lo faccio molto bene –. Fece una pausa. – A proposito, questo caffè è eccellente, ma non vuole dare prima una
sciacquatina ai chicchi? Gli toglie un po’ di amaro e gli fa emettere l’olio. Ecco: mi passa un colino? –
Greg guardò l’uomo togliersi la giacca in silenzio e appenderla a una sedia della cucina, poi sbottonarsi i polsini e arrotolarsi
le maniche con cura, facendosi scivolare in tasca un orologio digitale da pochi soldi. Versò i chicchi dal macinino al colino di
Greg e li sciacquò dentro l’acquaio.
Era un po’ tozzo e pallidissimo, con la grazia sociale di un ingegnere elettrico. Sembrava un vero impiegato di Google, a dire
il vero, ossessionato com’era dalle minuzie. Se la cavava bene anche con il macinacaffè.
– Stiamo mettendo su una squadra per il Blocco 49… –
– Non esiste nessun Blocco 49, – disse Greg meccanicamente.
– Certo, – disse il tizio con un breve sorriso a denti stretti. – Non esiste nessun Blocco 49. Ma noi stiamo mettendo in piedi
una squadra per ottimizzare il Googlecleaner. Il codice di Maya non era molto efficiente, sa. È pieno di bug. Ci serve un
aggiornamento. Lei sarebbe l’uomo che fa per noi, e se tornasse da noi, quello che sa non avrebbe più importanza –.
– Incredibile, – disse Greg con una risata. – Se pensate che sia disposto ad aiutarvi a infangare candidati politici in cambio
dei vostri favori, siete più pazzi di quanto pensassi –.
– Greg, – disse l’uomo, – noi non stiamo infangando nessuno. Ripuliamo solo un po’ le cose. Per alcuni individui scelti. Sa
cosa voglio dire, vero? Qualunque profilo di Google risulta un po’ spaventoso a un esame approfondito. E in politica l’esame
approfondito è all’ordine del giorno. Candidarsi a qualche carica è come sottoporsi a una colonscopia pubblica –. Caricò la
caffettiera e spinse giù lo stantuffo, il viso distorto in una smorfia di solenne concentrazione. Greg recuperò due tazze da
caffè – tazze di Google, naturalmente – e le passò agli altri.
– Faremo per i nostri amici quel che Maya ha fatto per lei. Solo una pulitina. Non vogliamo fare altro che proteggere la loro
privacy. Tutto qui –.
Greg fece un sorso di caffè. – Che succede ai candidati che non ripulite? –
– Già, – disse il tizio lanciando a Greg un flebile sorriso. – Già, ha ragione. Per loro sarà un po’ dura –. Si frugò nella tasca
interna della giacca e tirò fuori diversi fogli ripiegati. Li lisciò e li appoggiò sul tavolo. – Questo è uno dei bravi ragazzi che
ha bisogno del nostro aiuto –. Era una stampata della cronologia di ricerca di un candidato che Greg aveva sostenuto
durante le ultime tre campagne elettorali.
– Il tipo se ne torna nella sua camera d’albergo dopo una giornata massacrante di campagna porta a porta, accende il
portatile e scrive “culi caldi” nella barra di ricerca. Bell’affare, eh? Per come la vediamo noi, permettere che questo impedisca
a un brav’uomo di continuare a servire il suo paese è semplicemente contrario ai principi dell’America –.
Greg annuì piano.
– Allora, aiuterà quest’uomo? – chiese il piccoletto.
– Sì –.
– Bene. C’è un’altra cosa. Abbiamo bisogno del suo aiuto per trovare Maya. Non aveva capito un tubo delle nostre
intenzioni e adesso pare che sia fuggita di galera. Quando avrà sentito le nostre ragioni tornerà subito indietro, non ho dubbi
–.
Lanciò un’occhiata alla cronologia di ricerca del candidato.
– Potrebbe darsi, – rispose Greg.
Il nuovo Congresso ci mise undici giorni di seduta ad approvare la Legge per la sicurezza e il controllo delle comunicazioni e
degli ipertesti, che autorizzava il dipartimento di sicurezza e l’NSA a esternalizzare fino all’80 per cento del lavoro di analisi e
raccolta dati a ditte private. In teoria, i contratti andavano assegnati con una gara d’appalto, ma dentro le sicure mura del
Blocco 49 di Google nessuno aveva dubbi su chi avrebbe vinto. Se Google avesse speso quindici miliardi di dollari per
prendere i cattivi alla frontiera, ci si poteva scommettere che li avrebbero presi… è che i governi proprio non sono attrezzati
per Effettuare Ricerche Appropriate.
Il mattino dopo Greg si esaminò con attenzione mentre si faceva la barba (ai tizi della sicurezza la barba incolta da hacker
non andava giù e non si facevano nessun problema a dirglielo) e si rese conto che quello era il suo primo giorno di lavoro
come agente segreto de facto per il governo degli Stati Uniti. Fino a che punto sarebbe stato orrendo? Non era meglio che a
occuparsi di queste cose fosse Google piuttosto che un goffo burocrate del dipartimento di sicurezza?
Quando parcheggiò nel Googleplex, tra le auto ibride e le rastrelliere per biciclette traboccanti, aveva preso una decisione.
Stava meditando su quale frullato biologico prendere in mensa quando il suo tesserino elettronico non aprì la porta del
Blocco 49. Il LED rosso lampeggiava monotono a ogni strisciata. In qualunque altro edificio avrebbe potuto mettersi alle
costole di qualcun altro, con tutta la gente che entrava e usciva di corsa. Ma i responsabili del 49 spuntavano solo per i pasti,
e a volte neanche allora.
Striscia, striscia, striscia. Di colpo udì una voce al suo fianco.
– Greg possiamo scambiare due parole, per favore? –
L’uomo grinzoso gli mise un braccio intorno alle spalle e Greg sentì l’odore del suo dopobarba agli agrumi. Era lo stesso
che usava il suo maestro di sub a Baja quando uscivano a bere la sera. Greg non si ricordava più il suo nome. Juan Carlos?
Juan Luis?
Il braccio che l’uomo gli aveva appoggiato sulla spalla era fermo, e lo allontanava dalla porta dirigendolo verso il prato
impeccabile, oltre il giardino di erbe aromatiche davanti alla cucina. – Le diamo un paio di giorni liberi, – disse.
Greg ebbe un’improvvisa fitta di ansia. – Perché? – Aveva fatto qualcosa di male? Sarebbe finito in prigione?
– È per Maya –. L’uomo lo fece girare e lo fissò negli occhi con il suo sguardo senza fondo. – Si è uccisa. In Guatemala. Mi
dispiace, Greg –.
Greg ebbe la sensazione di sfrecciare via, in un luogo a chilometri di distanza dalla terra, una ripresa del Googleplex su
Google Earth, dove vide se stesso e l’uomo grinzoso giù in basso come un paio di puntini, due pixel, minuscoli e
insignificanti. Ebbe voglia di strapparsi i capelli, di cadere in ginocchio e di piangere.
Da molto lontano si sentì dire: – Non ho bisogno di giorni liberi. Sto bene –.
Da molto lontano sentì l’uomo grinzoso insistere.
La discussione durò a lungo, poi i due pixel si spostarono nel Blocco 49, e la porta gli si richiuse alle spalle.

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